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Guerra dei cambi: Stati Uniti ed Europa affilano le armi contro lo yuan

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E’ partita la crociata con lo yuan. E dagli Stati Uniti ed Europa si affilano le armi. La Cina deve rispettare gli impegni presi, perché la rivalutazione dello yuan non è in linea con le attese. E mette seriamente a rischio la ripresa in Europa. Con toni battaglieri affrontano la questione i vertici della zona euro, che ieri a Bruxelles hanno incontrato il premier cinese Wen Jiabao. La goccia che ha fatto traboccare il vaso è la permanenza di una divergenza di analisi sull’attuale situazione dei tassi di cambio.


Alla trojka della moneta unica – il presidente dell’Eurogruppo, Jean-Claude Juncker, quello della Bce, Jean-Claude Trichet, e il commissario Ue agli affari economici e monetari, Olli Rehn – non sono andate giù le parole espresse dal premier cinese Wen Jiabao che ha ribadito la posizione del suo governo e delle autorità monetarie cinesi: non ci sarà nessuna particolare rivalutazione dello yuan perché i tassi di cambio delle principali valute vengono ritenuti da Pechino “relativamente stabili”.

Se non proprio una guerra dei cambi, quello che si sta consumando in queste ore tra le autorità di Eurolandia e quelle cinesi è un vero e proprio braccio di ferro dagli esiti incerti. Una situazione che potrebbe diventare incandescente nei prossimi giorni: prima nel corso delle riunioni in agenda a Washington in occasione dei lavori del Fondo monetario internazionale che si terranno questo fine settimana e poi in seconda battuta al G20 di novembre a Seul.


Trichet e Juncker hanno parlato di riunioni costruttive con gli amici cinesi. Ma sia Trichet sia Juncker sono stati più che mai categorici. “La flessibilità dello yuan – ha detto il presidente della Bce – dovrebbe riflettere i fondamentali dell’economia. E l’evoluzione del tasso di cambio della moneta cinese non è stata esattamente quella che avevamo sperato”. Il messaggio di Trichet a Pechino è dunque molto chiaro: “E’ molto importante che gli impegni presi a giugno siano confermati e trasformati in azioni politiche concrete”.


Ancor più esplicita la risposta del presidente dell’Eurogruppo al premier cinese: “Lo yuan resta sottovalutato e serve un apprezzamento graduale”. Il problema della crescita agita particolarmente l’Europa, su cui grava ancora l’incertezza legata ai rischi sui debiti sovrani. E invece di rafforzarsi verso l’euro il renminbi si è indebolito negli ultimi mesi con la complicità della Banca centrale del paese che lo ha tenuto incollato all’andamento del dollaro.


Juncker, Trichet e Rehn pur apprezzando l’intervento della Cina, pronta a comprare i titoli publici greci e a proporsi come salvatrice di altri Paesi che dovessero trovarsi in gravi difficoltà, mettendo a disposizioni le sue enormi riserve monetarie, chiedono di più. Ma – ha sottolineato Rehn – “se il tasso di cambio tra yuan ed euro resta sproporzionato, questo può indebolire la ripresa della zona euro. Soprattutto – ha aggiunto Juncker – se il governo di Pechino non deciderà di bilanciare la crescita del Paese in modo che ne risulti accresciuta la domanda interna rispetto al ruolo predominante dell’export”. Oggi Bruxelles farà da cornice  al vertice Ue-Cina. Nella speranza che il braccio di ferro non si trasformi in vera e propria guerra dei cambi.