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Grecia: ipotesi fallimento e ritorno alla dracma, sviluppi dalla prossima settimana

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Default della Grecia e ritorno alla dracma, sì o no? Con questo dubbio che mina la stabilità finanziaria europea e globale la settimana e il mese di maggio volgono al termine. Si saprà qualcosa di più la settimana prossima quando il Parlamento ellenico sarà chiamato ad approvare il piano di privatizzazioni da 50 miliardi di euro, messo a punto lunedì scorso dal primo ministro, George Papandreou. In quell’occasione verranno svelati anche i dettagli del piano, che dovrebbe prevedere nuovi tagli agli stipendi pubblici, con il possibile licenziamento degli esuberi, e maggiori tasse sui consumi. La decisione sarà cruciale per ottenere la quinta tranche da 12 miliardi di euro (8 dalla Ue e 4 dal Fmi) dell’aiuto da 110 miliardi di euro concesso un anno fa e scongiurare così la bancarotta.


Ma l’approvazione non è scontata, anzi. Sono ancora in corso i colloqui tra il governo e l’opposizione per trovare un’intesa comune. Nea Dimokratia, il partito di centro-destra che guida l’opposizione al governo socialista, ha bocciato nei giorni scorsi il piano. Il leader del partito, Antonis Samaras, ha dichiarato di non avere nessuna intenzione di accettare questa nuova ricetta. Non solo. Contro le nuove misure-taglia deficit, si stanno muovendo anche i lavoratori, in vista di possibili nuovi tagli agli stipendi e di licenziamenti. Il principale sindacato del settore pubblico del Paese ha infatti indetto uno sciopero generale di 24 ore a giugno. Ma questo pomeriggio George Karatzaferis, leader del partito di destra Laos, ha dichiarato che nell’incontro odierno ci sarebbe stato un avvicinamento e qualche piccolo accordo.

Intanto i rappresentati di Ue, Fmi e Bce rimangono ad Atene per valutare il rispetto del programma concordato un anno fa e per studiare come sbrogliare la matassa. Ieri il presidente dell’Eurogruppo, Jean-Claude Juncker, ha dichiarato che il Fondo monetario internazionale potrebbe non rilasciare la sua tranche di prestito alla Grecia. Il Fmi non può infatti elargire prestiti se per il Paese non sussistono garanzie di rifinanziamento nei 12 mesi successivi. Le garanzie devono essere sia sul fronte delle politiche di bilancio sia sulla disponibilità del finanziamento. E visto che sembra improbabile che la Grecia riesca a rispettare queste condizioni, il Fmi potrebbe chiudere i rubinetti, a meno che l’Europa non intervenga con nuovi aiuti. Ma ci sarebbero forti divergenze su come procedere anche all’interno dell’Eurozona, con Germania, Olanda e Finlandia contrarie a concedere altre risorse.


C’è un mese di tempo per evitare il fallimento della Grecia. Il prossimo 29 giugno, infatti, Ue e Fmi dovrebbero staccare il fatidico quinto assegno ad Atene. Nell’attesa si fa sempre più concreta l’ipotesi di un’uscita della Grecia dall’euro. Una soluzione drastica proposta dalla commissaria europea alla Pesca, Maria Damanaki. Seppur prontamente smentita dal premier greco, l’idea non sembra così assurda agli occhi di alcuni esperti. Nouriel Roubini, in un’intervista al giornale tedesco Handelsblatt, avrebbe sottolineato come anche con un pacchetto di austerità draconiane pari al 10% del Pil, il debito pubblico di Atene arriverebbe comunque al 160%.


Martin Feldstein, professore di economia presso Harvard, non esclude un ritorno temporaneo alla dracma. “Il governo greco, la Commissione europea e il Fondo Monetario Internazionale negano ciò che i mercati percepiscono in modo evidente, ovvero che la Grecia risulterà prima o poi inadempiente nei confronti dei suoi creditori pubblici e privati”, scrive l’economista in un suo recente scritto pubblicato su Project Syndicate. Secondo Feldtsein, la Grecia si trova di fronte a una sfida tripla: quella fiscale di ridurre il debito pubblico e i futuri deficit, quella di ridurre i prezzi tanto da eliminare il divario commerciale, e infine la sfida di mantenere la crescita degli stipendi al di sotto della media dell’Eurozona o di elevare il tasso di aumento della produttività. Sfide che finora la Grecia non è riuscita a battere. “I paesi che hanno affrontato problemi simili in altre parti del mondo hanno sempre alternato periodi di contrazione fiscale con periodi di svalutazione monetaria, operazione tuttavia non autorizzata all’interno di un’unione monetaria”. L’esperto infatti ricorda che il trattato di Maastricht vieta a ciascun paese membro di lasciare l’euro. Tuttavia non si pronuncia riguardo a un eventuale recesso temporaneo. “E’ giunto il momento per la Grecia, per gli altri membri dell’eurozona e per la Commissione europea di iniziare a pensare seriamente a quest’opzione”, sostiene Feldstein.

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