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Globalizzazione, L’Asia ha gli anticorpi per resistere al protezionismo dell’Occidente

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Il sentiment anti-globalizzazione sta montando in tutto il mondo, alimentato dalla constatazione che i benefici derivati dalla globalizzazione sono quanto mai incerti, mentre è certo che non hanno interessato tutti. La reazione degli organismi nazionali è la spinta verso politiche protezionistiche, una tendenza che potrebbe permanere in futuro al di qua e al di là dell’Atlantico, e non fermarsi al voto del popolo inglese contro la permanenza nell’Unione europea di quest’estate o al supporto popolare verso le politiche nazionalistiche in Germania e negli Stati Uniti. “Il diffondersi di queste idee nella prassi politica potrebbe investire coloro che ora sono percepiti come beneficiari della globalizzazione, penalizzando così l’azionario asiatico come ambito in cui investire – spiega Christopher Chu, fund manager di Union Bancaire Privée (UBP) – Questo rischio tuttavia rimane basso, in quanto a mio avviso i sintomi di sgomento nel mondo sviluppato derivano da scarse prove di guadagni economici visibili. I miglioramenti infatti sono misurati prevalentemente in termini reali, dove salari statici traggono beneficio solo quando i costi di produzione rimangono bassi”.
 
 
Vantaggi per l’Asia
 
 
In Asia, i benefici della globalizzazione sono invece evidenti. La crescita economica e dei salari riflette un rafforzamento del mercato del lavoro, tendenze di urbanizzazione e investimenti esteri diretti. Nel contempo la crescita del commercio interregionale e il calo dell’occupazione informale promuovono politiche monetarie e fiscali più efficaci. Per l’Asia, le politiche protezionistiche non avrebbero senso visto il collegamento tra la crescita economica e i mercati del capitale. Come spiega Chu, oltre metà delle esportazioni dell’area avvengono tra nazioni vicine per via di una gestione più integrata del processo di distribuzione, in quanto stretti legami finanziari consentono una maggiore efficienza del mercato per promuovere le economie di scala. Il recente avvio del programma stock connect tra Hong Kong-Shenzhen e Hong Kong-Shanghai è una prova di come i mercati liberalizzati del capitale permettano una migliore allocazione delle risorse estere che arrivano nell’economia. “Tuttavia – spiega il gestore – l’aumento del protezionismo come conseguenza della perdita di un’identità sovrana potrebbe produrre ansia sui mercati, sia nella forma di dispute territoriali attraverso il Mar Cinese Meridionale o di tensioni aggressive tra India e Pakistan”.
 
 
Buone valutazioni
 
 
Queste dispute ovviamente devono ancora tradursi in barriere o tariffe ostili. Ma, come spiega Chu, i recenti commenti del primo ministro inglese, Theresa May – che si è detto a favore di uno scenario di Brexit rigido (sia anti commercio, sia anti immigrazione) che ha prodotto una forte svalutazione della sterlina – lasciano presagire un simile scenario per l’Asia, qualora il Paese dovesse adottare politiche di questo tipo. “Ad ogni modo tale situazione in Asia è anche altamente improbabile – spiega Chu – Il Regno Unito è egualmente indebitato, sia sul lato delle partite correnti sia del deficit di bilancio, rispecchiando la sua dipendenza da capitali esteri che mettono sotto pressione la valuta per tamponare il funding gap. Al contrario, la maggior parte delle economie dell’Asia presenta una bilancia dei pagamenti sana, in cui gli avanzi delle partite correnti esercitano meno pressione al ribasso sulle valute, creando un vantaggio commerciale”. In definitiva, il fronte antiglobalizzazione sarà un componente fondamentale della scena politica del prossimo futuro, ma è difficile che possa stravolgere lo scenario dell’Asia come asset d’investimento, considerato che la crescita economica si mantiene robusta ed è supportata da buone politiche. “Pensiamo che i mercati potrebbero valorizzare le economie che avviano per prime politiche fiscali e continuare a premiarle qualora la disponibilità di capitale sia finanziata meno con il debito e più dai guadagni derivanti da esportazioni nette”, spiega Chu. Che conclude: “L’Asia al momento scambia sotto la sua valutazione media di lungo termine, un fattore che rende l’asset azionario molto invitante, anche se l’agitazione proveniente da Occidente dovesse diventare più forte“.