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Garzarelli (Goldman Sachs): ecco quando arriveranno le tensioni sui BTP

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Le tensioni sui BTP italiani arriveranno “solo a due mesi dal voto”. E’ quanto ritiene Francesco Garzarelli, co-chief economist di Goldman Sachs. In occasione di un incontro che si è svolto a Roma presso lo studio legale Gianni, Origoni, Grippo, Cappelli partners, Garzarelli ha rilasciato un’intervista al Sole 24 Ore.

In un contesto in cui è la stessa Bce, come dimostra il rapporto sulla stabilità finanziaria diffuso ieri dall’istituto, ad avvertire  che un eventuale repricing dei bond dell’Eurozona potrebbe provocare forti perdite di capitale per gli investitori, la preoccupazione dei mercati si focalizza sul rischio Italia.

D’altronde, non è un mistero che il QE lanciato da Draghi, battezzato scudo BTP, abbia per l’appunto salvato, tra gli altri, i titoli di debito italiano dagli attacchi speculativi al ribasso, presentatisi nella crisi dei debiti sovrani del 2011-2012.

Ma il quadro è destinato a cambiare presto: si parla ormai più spesso di tapering imminente della Bce, con cui la banca centrale guidata da Mario Draghi inizierebbe a staccare, seppur gradualmente, la spina del Quantitative easing. E, nel caso dell’Italia, c’è il cruciale appuntamento delle elezioni politiche.

D’altronde, l’aumento dei rendimenti è stato evidente nel periodo precedente le elezioni presidenziali in Francia, e Garzarelli segnala che sui BTP influisce molto anche la componente di rischio sistemico dell’euro. A tal proposito, dice l’esperto, l’Italia ne soffre per quattro volte rispetto alla Francia.

Su quando in ogni caso la tensione sui BTP potrebbe concretizzarsi, l’economista sottolinea:

“Abbiamo calcolato in Goldman Sachs la dimensione temporale di quando il mercato si focalizza su un evento politico, e quando inizia a fare hedging. Questo avviene circa due mesi prima dell’evento: il mercato non ha tempo, voglia, pazienza, di iniziare a fare hedging molto in anticipo, non si muove fino a 60 giorni prima dell’evento”.

Ma, continua l’economista:

“Abbiamo anche riscontrato che la struttura del portafoglio non cambia solo a causa del rischio politico: con l’aumento del rischio politico aumenta l’hedging, la struttura del portafoglio è collegata ai fondamentali”.

In ogni caso secondo Garzarelli i tassi sui BTP “non dovrebbero salire molto, perchè ci sono fattori che li tengono bassi, tra questi il QE: la Bce acquista il 50% delle emissioni lorde dei titoli di stato italiani”.

Inoltre, attraverso lo stesso QE, Bankitalia detiene il 25% del debito pubblico italiano e “questo stock resterà in Bankitalia per molti anni, tenendo i tassi permanentemente bassi. Abbiamo calcolato che il QE ha un effetto al ribasso sui rendimenti dei Bund di 50-60 centesimi. Per questo il rendimento dei Bund non salirà al 2%”.

Certo, “l’alto premio che paga l’Italia è dato dalla bassa prospettiva di crescita, che mantiene lo spread ampio. Il rischio politico italiano viene soppesato dai mercati per come la politica possa influire sulla crescita con le riforme strutturali, le liberalizzazioni”. Detto questo il debito pubblico europeo, sottolinea Garzarelli, è come quello giapponese, ovvero quasi del tutto detenuto da residenti.

E due terzi del debito pubblico italiano sono in mano agli italiani, il che significa che “se i rendimenti saliranno, i risparmiatori, le famiglie potrebbero aumentare i loro acquisti”.

E intanto, a proposito della teoria cospirazionista del Plunge Protection Team appoggiata dallo stesso vero Gordon Gekko – l’icona del capitalismo Asher Edelman, che ha spiegato il rally di Wall Street con l’intervento ripetuto del governo nell’intento di stroncare i crolli dei mercati azionari fin dalle prime avvisaglie – questa raccoglie il consenso anche di Richard Breslow, ex trader del mercato forex e gestore di fondi che scrive per Bloomberg.

“La gente ama la teoria cospirazionista Plunge Protection Team quando guarda all’azionario. Beh, questo è esattamente quando sta accadendo al mercato dei bond, sostenuti dall’intervento delle banche centrali”.

Tanto che, scrive Breslow, l’impressione è sempre più quella che i rendimenti dei debiti sovrani non saliranno mai, almeno non nel breve periodo. D’altronde, le “banche centrali continuano ad acquistare ancora molti bond, come previsto”.