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G20: impegno contro svalutazioni competitive. Su lotta a protezionismo c’è il nodo Usa

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Il prossimo grande appuntamento-market mover è atteso tra qualche ora, con la riunione di due giorni dei ministri delle Finanze e dei governatori delle banche centrali del G20 a Baden Baden, in Germania. Stando alle indiscrezioni, i leader della finanza mondiale lanceranno un appello contro le svalutazioni competitive e avvertiranno sulla volatilità presente sul mercato del forex.

Sarà dunque il timore di un’escalation della guerra valutaria il tema principale del primo G20 di Donald Trump.

Nella bozza del G20 visionata da Reuters si legge che:

  • i leader ribadiranno che la volatilità dei rapporti di cambio è negativa per la crescita economica.
  • i leader concorderanno su alcuni principi volti a sostenere la resilienza economica.
  • la politica monetaria continuerà a sostenere la crescita economica e la stabilità dei prezzi, ma non potrà da sola portare a una crescita equilibrata.

Nessun riferimento tuttavia, almeno nella bozza del comunicato, ai pericoli delle politiche protezionistiche: un importante cambiamento rispetto ai comunicati precedenti delle riunioni del G20, in cui è stato sempre fatto un riferimento alla necessità di contrastare il protezionismo.

Il ministro delle finanze tedesco Wolfgang Schaeuble ha tra l’altro riferito alla stessa Reuters che proprio l’assenza di una ferma bocciatura (delle politiche protezionistiche) da parte degli Usa potrebbe tradursi in un comunicato finale privo dell’impegno dei paesi del G20 a promuovere un commercio mondiale che sia libero.

Proprio il presidente americano ha scatenato con le sue dichiarazioni le preoccupazioni sull’arrivo di una nuova era commerciale basata sul protezionismo e sulle svalutazioni competitive; ad alimentarle soprattutto la minaccia dell‘imposizione di alti dazi sui beni che vengono prodotti dalle aziende americane all’estero e le recenti critiche mosse da Peter Navarro, consulente al commercio, secondo cui la Germania starebbe traendo vantaggio da un euro “esageratamente sottovalutato”, che è praticamente un “implicito marco tedesco”.

Così Ilya Feygin, managing director e strategist senior presso WallachBeth Capital, alla Cnbc:

“Il prossimo grande evento sarà la riunione del G20, che potrebbe muovere il mercato valutario. A mio avviso, gli Stati Uniti spingeranno per un dollaro più debole”.

Al meeting, che sarà aperto ufficialmente nella giornata di oggi, parteciperà il segretario al Tesoro Usa, Steven Mnuchin.

Secondo David Lafferty, responsabile strategist sui mercati presso Natixis Global Asset Management, “il fattore più importante è capire se (Mnuchin) smorzerà la retorica di Trump. A livello globale, ci sono timori sulle politiche di Trump che riguardano il commercio e l’immigrazione e sulla possibilità che gli Stati Uniti si ritirino dalla scena globale”.

In realtà nelle ultime ore, a seguito di un incontro con il ministro delle finanze tedesco Schaeuble, Mnuchin ha già smorzato alcuni timori, insistendo sul fatto che Trump è a favore del libero commercio, almeno fino a quando sia “giusto”. Il ministro ha poi invitato i paesi a non manipolare le proprie monete.

Alla domanda se, in occasione del meeting del G20, i ministri delle finanze debbano esplicitamente riconfermare la promessa fatta in passato di resistere al protezionismo, Mnuchin ha tuttavia ripetuto che gli Stati Uniti intendono riesaminare alcuni accordi commerciali, per fare in modo che siano più giusti. 

“Non vogliamo entrare in guerre commerciali” e “il presidente crede nel libero commercio, purché sia libero e giusto”, ha detto Mnuchin, che ha preso anche le distanze dalle dichiarazioni di Navarro: “Ritengo che, in un ottica del migliore interesse di lungo periodo, il rafforzamento del dollaro sia una cosa positiva e un segnale di fiducia nei suoi confronti”.

Tuttavia, secondo Lafferty, nel G20 ci sarà comunque una discussione sul “desiderio dell’amministrazione di non volere che il dollaro sia troppo forte”.

D’altronde, secondo lo strategist di Natixis Asset Management, “la politica America First (America al primo posto) potrebbe essere intaccata nel caso in cui la valuta Usa salisse troppo”, in quanto a pagare sarebbe l’export Usa.