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Fugnoli: “Non bisogna confondere i minicicli del petrolio con la fine del ciclo di crescita”

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“Les jeux son faits, hanno pensato i mercati nelle ultime settimane, rien ne va plus. Il ciclo volge al termine, chi ha avuto ha avuto e tutti gli
altri è meglio che si affrettino a uscire prima di essere divorati vivi dal petrolio che sale, dai tassi in crescita, dalla stagflazione strisciante”. Esordisce con queste parole Alessandro Fugnoli, capoeconomista di AbaxBank, nella nota uscita questa mattina. “Questa psicologia da fin de partie si è
manifestata inizialmente a livello settoriale. Settori prima lanciatissimi come l’acciaio o i minerari hanno colto nell’aria il picco di ciclo e
sono stati venduti senza pietà, portando i multipli a livelli stracciati. Non importa che cosa succederà fra uno o due anni, si è pensato, sarà comunque meno bello di oggi e tanto vale vendere e non parlarne più.
Questo atteggiamento si è poi allargato a tutto il listino, petroliferi inclusi, con in più il paradosso per cui il listino scendeva per il petrolio caro e i petroliferi per il petrolio in ribasso”, spiega Fugnoli.
“In realtà si è confuso il terzo ciclo di rialzo del greggio in due anni con la fine del ciclo espansivo iniziato nel 2003. Il flusso di dati macro e di sentiment negativi, ma non poi così tanto, non è stato interpretato come effetto del petrolio a un soffio dai 60 dollari, ma come l’inizio di una fase di stagflazione aperta a tutte le complicazioni possibili”, aggiugne il capoeconomista. Insomma gli investitori hanno preso la sua bella cantonata. “Questa idea ha talmente messo radici nel mercato che a poco è servito, per qualche tempo, che il greggio si sia messo a scendere. Con il suo tipico strabismo, il mercato ha dato più peso al flusso di dati negativi relativi a uno o due mesi prima che non al prezzo del greggio in tempo reale”, sottolinea ancora Fugnoli. “In realtà il ciclo espansivo è certamente maturo, ma non è ancora decrepito”.