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Forex: vantaggi per la Cina dalla rivalutazione dello yuan

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Quando la soluzione sembrava dietro l’angolo, un improvviso stop alla rivalutazione dello yuan è arrivato dal ministro aggiunto degli Affari esteri cinesi, Cui Tiankai, che ha annunciato che la Cina non cederà alle pressioni internazionali “non è giustificato che l’estero faccia pressione sulla Cina, non agiremo sotto pressione”.

I segnale arrivati negli ultimi tempi avevano convinto gli operatori che l’ammorbidimento statunitense avrebbe condotto alla soluzione del problema. Ma così non è stato. È dal luglio 2008 che per combattere la crisi Pechino ha (ri-)ancorato il renminbi al dollaro in quota 6,83. Ma cosa provocherebbe la rivalutazione?

Uno yuan più forte potrebbe innanzitutto ribilanciare l’intera economia con gli occhi a mandorla, rendendola meno dipendente dalle esportazioni; i consumatori vedrebbero il loro potere d’acquisto innalzato, ed irrobustirebbero la domanda interna. La dinamica delle importazioni, +66% a marzo, ci dice che il peso dei consumi interni aumenta sempre più, di pari passo con il numero di persone che beneficerebbero di un apprezzamento della valuta.

A marzo il Celeste Impero ha registrato il primo deficit commerciale in 6 anni. Si tratta di un dato destinato esclusivamente a creare un precedente, la forza del made in China non verrebbe intaccata più di tanto da uno yuan più forte: il +21% messo a segno tra il 2005 ed il 2008 dal cross con il dollaro non ha impedito al surplus con gli occhi a mandorla di toccare nel periodo un massimo storico a 269 mld di dollari.

Ovvio che una moneta più forte potrebbe aiutare il contenimento della dinamica inflazionistica, con la voracità di commodity che sarebbe saziata con meno sforzo; anche perché, nonostante nei primi due mesi dell’anno la crescita dei prezzi si sia attestata al 2,1% annuo, la dinamica del Ppi (+4,9% dal +1,7%) ci dice che l’inflazione è destinata ad accelerare.

Lo sganciamento dal dollaro porterebbe maggiore indipendenza in politica monetaria; al momento la Banca centrale sa che un innalzamento del costo del denaro, necessario per rallentare crescita e inflazione, non è praticabile, perché farebbe entrare ancora più liquidità nel sistema, già al limite causa speculazione.

Insomma i vantaggi non mancherebbero, ed a Pechino lo sanno. Altri Paesi, Stati Uniti in primis, il compito di non forzare la mano, perché se c’è una cosa che avvicina Cina e Usa è la difesa della propria autonomia; la soluzione potrebbe essere quella di affidare la questione ad un’autorità sovranazionale, tipo Fondo monetario, che non potrebbe essere accusato di ingerenza negli affari di uno stato sovrano.