Fondi europei: l'Italia rischia di buttare più della metà delle risorse disponibili

Inviato da Valeria Panigada il Mar, 12/08/2014 - 15:43
L'Italia della burocrazia e dell'inefficienza rischia di buttare al vento oltre la metà dei fondi europei disponibili. Dei 27,92 miliardi di euro stanziati dall'Unione europea nel periodo 2007-2013, la spesa operata dall'Italia e dai suoi enti locali ammonta finora a 13,53 miliardi, meno della metà. I rimanenti 14,39 miliardi rischiano di andare persi per sempre se non verranno spesi entro la scadenza fissata per il 31 dicembre 2015. Trascorsa quella data, infatti, l'Unione non sarà più vincolata a erogare i fondi che aveva impegnato. "La possibilità di dovere rinunciare a una buona parte delle risorse impegnate da Bruxelles e non spese, vuoi per inefficienze burocratiche, vuoi per la mancata presentazione di progetti ritenuti appropriati, è ormai quasi una certezza", scrive oggi l'Eurispes, che ha elaborato un approfondito rapporto.

L'Italia rappresenta uno dei maggiori contribuenti al bilancio dell'Ue, ma anche uno dei suoi principali beneficiari, soprattutto per quanto riguarda le regioni del Sud della penisola. Eppure, il Paese fatica a spendere le risorse messe a disposizione. Secondo il rapporto pubblicato oggi dall'Eurispes, il tasso di attuazione dei programmi finanziati dal FESR (Fondo europeo di sviluppo regionale) si attesta in Italia poco al di sopra del 45%, un valore ben al di sotto della media Ue (60,81%), e del Paese che ha registrato la performance più lusinghiera, la Lituania (80,1%). Soltanto due Paesi sono riusciti a fare peggio dell'Italia: la Croazia, il 22%, semplicemente perché, essendo stata ammessa nell'Ue soltanto nel 2013, non ha avuto il tempo materiale di spendere tali risorse, tra l'altro piuttosto esigue; la Romania, fanalino di coda con il 37%. Il ritardo cronico dell'Italia si riscontra soprattutto nei programmi di Convergenza, ossia quelli destinati alle regioni economicamente disagiate del Mezzogiorno.  

Un'occasione persa. Queste risorse sarebbero vitali in questo periodo di contrazione dell'attività economica. Basti pensare che l'ammontare a cui l'Italia si vedrebbe costretta a rinunciare equivale a oltre l'1% del Pil registrato dal Paese nel 2013 (1.362,5 miliardi di euro).
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