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Fondi: aumenta la speculazione, denaro sugli emergenti

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Gli ultimi mesi hanno registrato un inusitato flusso di denaro diretto verso i fondi comuni di investimento ad alto rischio. Nella maggior parte dei casi il trend è stato guidato da aspettative speculative di breve termine. La persistenza di un periodo molto favorevole ai mercati azionari e ad altre opzioni di rischio ( in primis le obbligazioni emesse dai paesi Emergenti e, in minor misura, i bond ad alto rischio e alto rendimento), ha calamitato l’attenzione di un elevato numero di sottoscrittori, fiaccati dai bassi rendimenti ottenibili dall’investimento in strumenti concentrati sui bond governativi.

La maggior parte di questi investitori ha un profilo di rischio medio o medio alto e una certa esperienza nel mercato azionario. La crescita della propensione al rischio si è tradotta nell’incremento esponenziale della sottoscrizione di quote di fondi azionari specializzati sul mercato azionario nipponico e su quelli di alcuni paesi Emergenti: India, Cina e Brasile.

Disgraziatamente, non è infrequente che alcuni di questi investitori non siano coscienti del rischio reale che implica il possesso di questa tipologia di fondi. Una delle sorprese in cui può incappare l’investitore è la brusca oscillazione del valore da liquidare delle quote. Variazioni percentuali giornaliere superiori all’1% non sono infrequenti per queste categorie di prodotti del risparmio gestito. Le oscillazioni si riflettono in modo trasparente nei dati che fotografano la volatilità dei fondi ad alto rischio: volatilità che oscilla tra il 15% e il 20%, valori doppi rispetto ai fondi tradizionali che investono sul listino italiano.

La realtà è che il ciclo rialzista dei listini azionari sta testimoniando l’intensa correlazione diretta tra il rischio e i rendimenti ( a maggiore volatilità sta corrispondendo un continuo incremento delle performance). L’equazione continuerà a funzionare fino a quando il mercato Toro continuerà a dettare legge. Tuttavia, il rovescio della medaglia è già stato visto nel corso del 2005, in particolar modo negli ultimi mesi dell’anno. Ottobre 2005 e febbraio 2006 rappresentano due esempi di fasi in cui la volatilità dei mercati azionari può abbattersi con forza sui rendimenti.

L’indicatore brasiliano Bovespa hanno perso più del 10% nelle prime tre settimane di ottobre, mentre l’indice nipponico Nikkei ( naturalmente meno volatile), ha lasciato sul terreno più del 7% in poco più di due settimane lo scorso febbraio. Fenomeni di questa intensità sono molto meno abituali nel caso del DJ Stoxx 50 o del Dow Jones Industrials di New York.

I dati dovrebbero servire da lezione per tutti gli investitori che si avvicinano con leggerezza a strumenti di investimento che tendono ad amplificare i saliscendi dei bull e bear market. La questione odierna consiste nel capire quale possa essere il punto più alto del ciclo rialzista. Secondo gli esperti, appare ragionevole pensare che la correlazione diretta tra volatilità e rendimenti porterà i listini azionari a toccare i massimi raggiunti nel 2000.

Fatta salva questa ipotesi, i margini di crescita non sembrano essere elevati dopo tre anni di crescita ininterrotta delle Borse internazionali. In ogni caso, i livelli attuali impongono prudenza per i sottoscrittori più conservatori: comportamenti troppo speculativi su mercati molto volatili non sono consigliabili a chi ha un orizzonte temporale di breve termine. A cura di www.fondionline.it