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Fixed income, La reflazione traina i rendimenti

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Ancora una volta il mercato obbligazionario confonde i ribassisti. A febbraio il rendimento complessivo per la maggior parte dei settori obbligazionari è stato molto buono. Come spiega Chris Iggo, Chief Investment Officer Obbligazionario di AXA Investment Managers, i tassi hanno smesso di salire e in molti casi scambiavano su valori inferiori a quelli di fine 2016, mentre il credito ha potuto contare sul carry e su un certo restringimento degli spread. Con una liquidità così abbondante, mentre gli investitori sembrano riluttanti a inseguire il rally azionario senza conoscere maggiori dettagli sui programmi fiscali di Trump, ne hanno beneficiato i mercati obbligazionari. “È interessante che il credito e la duration siano saliti, mentre i mercati obbligazionari britannici registravano i migliori rendimenti nel mese grazie al rally del rendimento dei gilt, seguito a ruota da segmenti tradizionalmente più esposti al rischio come i titoli high yield USA e i mercati obbligazionari emergenti”, spiega lo strategist. Che aggiunge: “Scommettere sulla reflazione ha pagato finora nel 2017, anche se sul fronte politico non è accaduto ancora molto. E ciò che potrebbe accadere a breve, ovvero un altro rialzo dei tassi da parte della Federal Reserve, in talune circostanze potrebbe essere considerato un fattore negativo per il rischio. Ma il fatto che non sia ancora avvenuto la dice lunga sulla forza del sentiment”.
 
E se la reflazione diventasse inflazione?
 
Qualche preoccupazione potrebbe avere ragione di esistere però nel momento in cui la reflazione si trasformasse in inflazione. Il sentiment attuale si basa sull’aspettativa che lo stimolo principale per l’attività economica passerà da un regime di politica monetaria che ha combattuto contro la deflazione per diversi anni a un sistema fiscale che potrebbe avere effetti moltiplicatori più forti, almeno nel breve termine”, spiega Iggo. Considerato lo scenario economico ciclico, l’inflazione potrebbe dunque salire e le autorità monetarie dovranno gestire un cambiamento importante da una politica anti-deflazione al controllo dell’inflazione. Questo comporterebbe un forte rialzo dei tassi di interesse e molte economie non sono ancora pronte ad affrontarlo, soprattutto in Europa. In questo momento, l’inflazione è intorno al 2% per la maggior parte dei Paesi sviluppati e l’aumento dell’inflazione complessiva negli ultimi sei mesi ricorda molto il tracollo dell’inflazione nel 2015 quando crollò il prezzo del petrolio e di altre materie prime. Ma, come spiega lo stratgist, a un anno dal punto più basso del ciclo, la Cina sembra tornata su un percorso di crescita stabile e appare meno intenzionata ad accelerare le riforme del mercato rispetto a un po’ di tempo fa. I prezzi delle materie prime inoltre sono saliti a seguito del ribilanciamento di domanda e offerta e oggi abbiamo un nuovo scenario politico. “Per i prossimi due anni, molto dipenderà dal fatto che si sia trattato solo di un rimbalzo dell’inflazione complessiva, con l’inflazione core ancora intorno al 2%, oppure se inizierà un rialzo prolungato dell’inflazione a causa di un insieme di politiche pro-cicliche e fattori strutturali che potrebbero influire sui prezzi relativi con un aumento delle aspettative inflazionistiche a più lungo termine”, dice Iggo. Che aggiunge: “Certamente ci sono numerose ragioni per cui le tendenze inflazionistiche a lungo termine potrebbero restare molto basse: dinamiche demografiche, automazione e l’impossibilità di fare dietrofront sulla globalizzazione”. Ma possiamo garantire che siano sufficienti a compensare altri fattori strutturali che emergeranno?
 
Il reddito è prezioso
 
In ogni caso gli investimenti obbligazionari dipendono molto dalla domanda di reddito. E gli investitori a lungo termine hanno bisogno di un livello di rendimento sufficiente a garantire che l’inflazione sia più che compensata dai flussi di reddito previsti. Per questo, le obbligazioni indicizzate all’inflazione sono così popolari tra gli investitori in fondi pensione, poiché il valore delle obbligazioni è indicizzato a un indice inflazionistico per l’intera durata. Certo, i rendimenti reali sono bassi, pertanto la compensazione del reddito rispetto all’inflazione non è particolarmente brillante nella maggior parte dei mercati; tuttavia è sempre meglio che vedersi erodere sia il reddito che il capitale da un aumento dell’inflazione superiore a quanto previsto al momento dell’investimento. “Considerato che i rischi inflazionistici sono più bilanciati rispetto all’ultimo periodo, sembra più che logico investire in obbligazioni inflation-linked rispetto alle obbligazioni tradizionali, soprattutto per gli investitori buy&hold – spiega Iggo – Persino gli investitori più attivi nei portafogli obbligazionari dovrebbero valutare un’esposizione sul breakeven (ovvero la differenza tra rendimento nominale e rendimento reale delle obbligazioni), oppure su obbligazioni indicizzate all’inflazione a più breve scadenza, laddove il rischio mark-to-market di un aumento dei rendimenti nominali e reali è limitato, ma la strategia continua a beneficiare dell’effettivo rialzo dell’inflazione a fronte dei dati pubblicati e di un aumento delle aspettative inflazionistiche rappresentate dallo spread sui breakeven”. “Per coprire il rischio inflazione si può ricorrere anche ad azioni e materie prime, ma le obbligazioni agiscono con maggiore precisione per via dell’indicizzazione. E in un portafoglio multi-asset a reddito fisso tale copertura è molto importante  quando i rendimenti nominali sono così bassi”, conclude Iggo.