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Il fisco clicca su Google: dovrebbe pagare le tasse in Italia

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Gran Bretagna, Germania, Francia e ora Australia e Italia. Si allunga la coda di esattori fiscali che bussano alla porta di Google. La “colpa” del motore di ricerca sarebbe quella di poter scegliere dove pagare le tasse sui ricavi pubblicitari, indipendentemente dalla nazione dove questi vengono realizzati. Ovviamente la scelta cade su quegli Stati che mettono a disposizione un livello di tassazione più basso, per esempio l’Irlanda che propone un’imposizione al 12,5%. In realtà il caso non riguarda solo Google ma in generale le multinazionali, in particolare quelle tecnologiche (anche Apple e Amazon affrontano le stesse obiezioni). Proprio Google è stata presa come esempio ieri da David Bradbury, assistente del ministro del Tesoro australiano per spiegare come funziona il meccanismo il quale, sia ben chiaro, è legale. 
Gli inserzionisti stipulano un contratto con una filiale del gruppo situata in una nazione a fiscalità privilegiata (l’Irlanda ndr) e “in questo modo la fonte del reddito e i diritti di imposizione fiscale non rimangono in Australia, ma si spostano in Irlanda”. La risposta di Google a Bradbury ricalca quella data in Europa a Francia, Germania e Gran Bretagna. Il gruppo di Mountain View rispetta la legge e dà un notevole contributo all’economia del Paese in virtù della possibilità offerta alle aziende di farsi conoscere e “dei servizi offerti gratuitamente a milioni di cittadini”.
Le affamate casse degli Stati, tuttavia, non vogliono sentire ragioni. Google è sotto osservazione in Gran Bretagna insieme con altre grandi multinazionali e la Germania pensa a una tassazione studiata appositamente per i colossi online. La Francia è al momento quella che ha assunto la posizione più dura. Il fisco francese avrebbe già domandato a Google un contributo di 1 miliardo di euro per i passati quattro anni. Inoltre il primo ministro Hollande si è incontrato con il numero uno di Google Eric Schmidt per negoziare una “Google tax” che permetta di condividere gli introiti generati da Google indicizzando i contenuti con chi quei contenuti li produce.   
E pare che anche in Italia stia crescendo l’attenzione sul tema. Stefano Graziano, deputato del Partito democratico e membro della Commissione finanze della Camera ha chiesto al ministro Grilli di prendere l’iniziativa contro le multinazionali del commercio on-line che riescono a evitare di pagare le tasse in Italia. La strada indicata dal parlamentare dovrebbe ricalcare quella scelta nei confronti di Ryanair, obbligata a pagare imposte e oneri contributivi nel paese in cui opera e non nel paese di provenienza. Ryanair è finita il mese scorso al centro dell’attenzione della Procura di Bergamo per aver assunto oltre duecento dipendenti per l’operatività nell’aeroporto di Orio al Serio, assunzione effettuata con sede legale a Dublino. 
Le lamentele dei singoli Stati stanno trovando ascolto a Bruxelles dove sono allo studio provvedimenti che permettano di mettere rimedio alle falle del sistema fiscale europeo che permette alle società di scegliere in quale dei 27 Stati membri stabilire la propria residenza fiscale.