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Fiducia di famiglie e imprese a picco, consumi ai livelli degli anni ’90

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Incertezza, pessimismo e paura per il futuro sono i sentimenti prevalenti tra le famiglie italiane nei primi mesi del 2013. I consumi pro-capite, ritornati ai livelli di metà anni novanta ed in rapida flessione da quattro anni, sono solo l’aspetto esteriore più evidente della crisi che attanaglia il Paese. Il forte deterioramento del mercato del lavoro diviene la prima chiave di lettura di questa fase del ciclo economico. Presenta così Confcommercio l’Outlook Italia 2013 redatto con il Censis sul Clima di fiducia  e aspettative delle famiglie italiane nei primi mesi dell’anno.
 
Oltre 11 milioni di famiglie, spiega il documento, temono di non riuscire a mantenere l’attuale tenore di vita e per 14 milioni e mezzo di famiglie risparmiare è divenuto molto più difficile tanto da mettere in dubbio la possibilità di migliorare o di mantenere l’attuale tenore di vita. Più di 13 milioni di famiglie avrebbero qualche difficoltà economica ad affrontare in questo momento spese improvvise piuttosto consistenti, così come circa il 28% dei nuclei familiari mostra difficoltà sia a rispettare scadenze di pagamento, inclusi tasse e tributi. Secondo il direttore dell’Ufficio Studi di Confcommercio, Mariano Bella, “con il livello attuale di fiducia di famiglie e imprese è impossibile una ripresa nel giro di qualche mese“.

Le imprese vittime del credit crunch
Quanto alle imprese, la loro fiducia resta complessivamente bassa, ma “mentre quella della manifattura – ha ricordato Bella – oggi è comunque superiore ai livelli peggiori fatti segnare all’inizio del 2009, quella dei servizi e del commercio è al minimo di sempre per effetto della situazione disastrosa della domanda interna“. In più le imprese devono subire quella che il direttore dell’Ufficio Studi di Confcommercio ha definito “la condizione peggiore della storia economica italiana in termini di finanziamento“: nel primo trimestre 2013 solo l’11,5% delle imprese ha chiesto un prestito e appena il 29,6% lo ha ottenuto. La percentuale di imprese finanziate è quindi in totale del 3,4%, “il Paese è fermo“. E “senza credito – ha detto Bella – la vita aziendale è insufficiente e se le imprese non funzionano non c’è occupazione e non c’è crescita”

Fermo il mercato del lavoro
Il mercato del lavoro, sostanzialmente fermo, genera paure diffuse, tanto che tra gli occupati il 25% teme di poter perdere nei prossimi sei-sette mesi il proprio lavoro e per il 27% vi potrebbe essere una riduzione dello stipendio per il prolungarsi della recessione. Rispetto ad un anno fa (marzo 2012) aumenta inoltre la percentuale di famiglie che dichiara di non essere riuscita a coprire totalmente con le proprie entrate mensili le spese correnti; si passa dall’11% al 17% del campione, che ricorre, così, sempre più frequentemente ad utilizzare i risparmi in banca, a piccoli prestiti e, non ultimo, a rinviare i pagamenti procrastinabili.

In questo contesto il clima di fiducia risulta deteriorarsi ulteriormente rispetto alle rilevazioni precedenti. Nei primi mesi del 2013 la quota di pessimisti risulta maggiore degli ottimisti, rispettivamente il 37,5% del campione ed il 31,7%, ma soprattutto riguadagna terreno il senso di incertezza passato dal 16% rilevato a settembre 2012 all’attuale 30,8%. Secondo il direttore del Censis, Giuseppe Roma, “il vero crollo dei consumi c’è stato nel 2012 e oggi viviamo la crisi più lunga della storia italiana che ha fatto bruciare 114 miliardi di Pil“.

Il parere del Codacons
Per il Codacons, nonostante il quadro dipinto da Confcommercio-Censis sia comunque drammatico ed impietoso, la situazione è anche peggiore. Ad avere difficoltà a risparmiare, come confermano i dati di Bankitalia, sono ormai due terzi delle famiglie italiane ed è al 65% la quota di quelli che valutano il proprio reddito inferiore a quanto necessario. I consumi alimentari, ossia la spesa pro capite destinata ai prodotti alimentari, è scesa ai livelli della fine degli anni ’70, ossia di 34 anni fa. Per uscire da questa situazione drammatica per l’associazione occorre fare l’opposto di quanto finora fatto, ossia non aumentare l’Iva, rivalutare all’inflazione reale stipendi e pensioni, ridurre le spese obbligate delle famiglie per banche, assicurazioni, telefono, luce, gas, benzina, rifiuti, acqua.