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Fiat e la scommessa dello spin off: per Barclays non ci saranno più scuse per l’Auto

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Senza l’Italia Fiat farebbe meglio. Non vogliono parafrasare Sergio Marchionne che nella sua prima apparizione in tv domenica sera non ha usato molti giri di parole per descrivere la sua battaglia per modernizzare il gruppo di auto di Torino, ma il risultato è quasi lo stesso. Brian Johnson e Kristina Church di Barclays riportano in primo piano “la provocazione” dell’amministratore delegato di Fiat. Il top manager ha ribadito che il gruppo resterà in Italia, ma sottolineando che nemmeno un euro dei 2 miliardi dell’utile previsto per il 2010 arriverà dalle fabbriche che si snodano lungo la Penisola.


Una verità scomoda che però è chiara nei dati di bilancio e che diventerà ancora più evidente con lo spin off che sta scaldando il motore in vista di gennaio secondo gli esperti della banca inglese. “Visto che ci sono stati pochissimi progressi nella vicenda sindacale legata a Pomigliano, la sorte della produzione italiana resta incerta. Questo anche considerando che dalla scorsa estate Fiat sta ancora contenendo gli investimenti e i lanci dei nuovi modelli dalle fabbriche italiane. Finché non avremo maggiori dettagli, rimaniamo cauti sul titolo”, spiegano gli esperti nel report uscito ieri e visionato da Finanza.com, in cui pur confermando il giudizio equal-weight sul Lingotto hanno alzato il target price a 14 euro dai precedenti 12.

“I risultati del terzo trimestre hanno messo in evidenza il potenziale dello spin off, ma anche riproposto la mancanza di profittabilità delle attività core dell’auto”, specificano in un altro passaggio della nota. “Pensiamo che il successo di questa ristrutturazione sarà decisiva nel determinare se Fiat Auto rimarrà un titolo interessante dopo il demerger. Abbiamo alzato il target a 14 euro, perché vediamo un valore interessante nella separazione delle attività commerciali e industriali, specialmente alla luce dell’ultimo quarter”.


Sui conti del terzo trimestre gli analisti riconosco che un ruolo decisivo hanno giocato i risultati ottenuti da Fiat in Brasile e il contributo offerto da Iveco e CNH. E l’ennesima prova arriverà a fine anno. Dei 610 milioni di trading profit previsti per l’esercizio 2010, Johnson e Church calcolano, infatti, che 910 milioni arriveranno dal Brasile, 310 milioni dai veicoli commerciali, mentre le attività core dell’Auto dovrebbero accusare una perdita di 650 milioni di euro.


Numeri che si riflettono anche nella valutazione del titolo Fiat. “La valutazione di 5 euro per l’Automotive attribuisce solo 1,7 euro al brand Fiat. Se Fiat riuscisse a ristrutturare le sue attività, aggiungerebbe 3 euro a questo valore”, precisano gli esperti di Barclays. Mentre su un target price individuato a 14 euro 5 euro “arrivano” dall’Automotive, mentre 9 da Fiat Industrial.


Allargando l’orizzonte temporale, sulle orme della guidance annunciata dal Lingotto la scorsa settimana gli esperti hanno alzato le stime di trading profit per il 2010 e 2011 rispettivamente del 20% a 2,1 miliardi e del 2%  a 2,5 miliardi. Da qui la decisione di migliorare anche le previsioni sull’Eps 2010 e 2010 rispettivamente del 74% a 0,33 euro dalla precedente indicazione di 0,19 euro e del 3% a 1,02 euro. Per il 2012 la musica invece cambia: le previsioni di utile per azione sono, infatti, state abbassate a 1,59 euro da 1,65 euro.

 

Il motivo? “Dal 2011 in poi, la visibilità delle dinamiche di mercato diminuisce progressivamente e siamo in qualche modo preoccupati dalla crescita della marginalità e dagli strascichi dell’austerity fiscale. Pertanto abbiamo indicato una crescita dei ricavi di appena il 3%, ma abbassato le stime di trading profit del 3% a 3,192 miliardi dalle precedenti che indicavano un risultato di 3,297 miliardi”.

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