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Fed, la vera sorpresa di domani sarà un’altra. A Wall Street movimenti sospetti sul Russell 2000

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Per gli investitori di tutto il mondo, la grande notizia domani non sarà rappresentata dal rialzo dei tassi Usa, che i futures sui fed funds danno quasi per certo, con una probabilità superiore al 90%. La grande sorpresa sarà l’eventuale aggiornamento della strategia di politica monetaria che il numero uno della Fed, Janet Yellen, potrebbe rivelare in occasione della conferenza stampa, in agenda alle 20.30 domani 15 marzo, dopo l’annuncio sui tassi.

Secondo gli economisti, è molto probabile che la Fed alimenti nuove speculazioni sull’andamento dei tassi relativo al 2018 e al 2019: finora i funzionari della Banca centrale Usa hanno indicato tre manovre di politica monetaria restrittiva nel corso del 2017. La stima potrebbe essere rivista al rialzo a quattro rialzi dei tassi, così come anche le aspettative per il 2018 e il 2019 potrebbero essere di quattro strette monetarie ogni anno, invece delle attuali tre.

I fattori che avallerebbero una posizione ancora più da falco sarebbero tre, come fa notare Michael Hanson, responsabile strategist della divisione macro di TD Securities intervistato da MarketWatch: i progressi nel mercato del lavoro e dell’inflazione, il miglioramento della crescita globale e i rischi al rialzo di uno stimolo fiscale targato Donald Trump.

Paul Ashworth, responsabile economista del Nord America presso Capital Economics, è d’accordo, e ritiene che nel 2017 la Fed alzerà i tassi quattro volte, oltre dunque le attese degli analisti.

“Con la Fed molto più vicina a centrare sia il target della piena occupazione che quello della stabilità dei prezzi, sarà difficile rimandare il processo di normalizzazione della politica monetaria, allo stesso modo in cui ciò è avvenuto lo scorso anno”.

Tre sono i rialzi dei tassi Usa previsti dagli economisti di Goldman Sachs: a loro avviso, la Fed agirà in modo specifico a marzo, giugno e settembre. Anticipata dunque a settembre la stretta monetaria, che la banca aveva in precedenza previsto a dicembre. 

Al momento, i tassi Usa viaggiano all’interno del range compreso tra lo 0,5% e lo 0,75%, dopo l’incremento di 25 punti base del dicembre del 2016. Da segnalare che i tassi di interesse si sono attestati in media al 5,81% nel periodo compreso tra il 1971 al 2017. testando il record assoluto al 20% nel marzo del 1980 e il minimo record dello 0,25% nel dicembre del 2008.

Intanto l’attenzione degli operatori si sta focalizzando sugli ultimi dati diramati dalla CFTC, che indicano che, per la prima volta dalle elezioni Usa, gli speculatori hanno deciso di scommettere al ribasso sull’indice azionario Russell 2000 (dopo il record delle posizioni nette lunghe a inizi dicembre).

Speculatori fanno dietrofront rispetto a posizioni long sul Russell 2000

In particolare, Andrew Lapthorne di Société Générale, in una nota intitolata “US smallcaps suffer in the face of increasing EPS downgrades” (ovvero le small cap Usa soffrono in vista di un aumento dei downgrade sugli eps (utili per azione), fa notare che, a fronte di un dietrofront tutto sommato non troppo preoccupante per l’indice S&P rispetto ai record segnati, il trend dell’indice Russell 2000 (su cui sono quotate appunto le small cap), appare più problematico.

Lapthorne fa notare che, prima della vittoria di Trump alle elezioni, molti investitori erano preoccupati per il rischio che il listino fosse sopravvalutato. Altri timori erano anche sulla debole reddività delle small cap e sull’eccessiva esposizione dei bilanci verso asset rischiosi.
“L’atteggiamento è cambiato quasi nel corso di una notte, con l’indice balzato del 20% nelle settimane successive l’elezione di Donald Trump, sulla scia della spinta arrivata dalla combinazione tra le aspettative bullish sulla Trumpeconomics e le operazioni di short covering”. L’esperto fa notare inoltre che le aspettative sul trend dell’eps (utile per azione) del Russell 2000 sono scese del 4%, a conferma di come “il momentum dell’eps non ispiri affatto”.