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Fed: gli otto motivi per cui la Yellen alzerà i tassi a dicembre (analisti)

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La prima stretta sui tassi dal lontano 2006 da parte della Federal Reserve appare sempre più dietro l’angolo. La scorsa tornata di forti riscontri dal mercato del lavoro ha reso quasi unanime il consensus sulla possibilità che nel meeting del prossimo 16-17 dicembre la banca centrale statunitense guidata da Janet Yellen alzi il costo del denaro, fermo a 0-0,25% da fine 2008.  
Secondo Brian J. Smith, senior vice presidente U.S. Fixed Income di TCW, ci sono segnali crescenti che la Fed alzerà effettivamente i tassi di interesse a dicembre, e nel dettaglio sono ben otto le ragioni per le quali questa volta la Fed non potrà esimersi dal ritoccare al rialzo il costo del denaro. 

1) La Fed vuole allontanarsi dallo zero
Lo zero è tutto meno che un punto di equilibrio di lungo termine dei tassi di interesse della Fed. Tassi allo zero, perciò, non ispirano un grande grado di fiducia per l’economia e la Fed è stanca di essere incolpata di questa debole ripresa. È da sette anni che viviamo in un contesto di tassi a zero, sebbene tale politica fosse chiaramente intesa a dare uno stimolo temporaneo all’economia. Pertanto, crescono i timori sulla possibilità che alterare il valore temporale del denaro possa avere effetti collaterali dannosi per l’economia. I creditori sono riluttanti nel prestare denaro a tassi di interesse bassissimi e i debitori non vogliono agire se non c’è urgenza. I pilastri del capitalismo potrebbero quindi essere compromessi se i tassi restano fermi troppo a lungo a un livello vicino allo zero. È sempre più probabile che la Fed voglia allontanarsi dallo zero semplicemente per mostrare che può farlo.

2) Il mercato del lavoro è solido
Gli indicatori solidi sul mercato del lavoro di questo mese hanno visto calare la disoccupazione al 5%, estremamente vicino al – se non già il – tasso di disoccupazione di inflazione stabile (NAIRU). Mentre alcuni sostengono che la forza del mercato del lavoro è esagerata dato il calo del tasso di partecipazione, non è chiaro quanto questo declino sia ciclico o strutturale. Alla fine dei conti, i numeri non mentono. Dall’inizio del 2015 a oggi, negli Stati Uniti sono stati creati due milioni di posti di lavoro, una media di 200 mila al mese. Anche le richieste di sussidi di disoccupazione sono ai minimi storici. C’è pochissima fragilità nel mercato e ciò dovrebbe, alla fine, generare pressione su salari e inflazione.  

3) La volatilità di agosto e settembre è calata
Mentre ad agosto il meeting del FOMC della Fed di settembre era il più gettonato per un rialzo, la svalutazione cinese dello yuan e la conseguente volatilità dei mercati hanno spinto la Fed a non intervenire. Da allora, in generale gli asset rischiosi si sono ripresi e la volatilità è diminuita. Con la tempesta che sembrerebbe essersi allontanata dai mercati, un rialzo dei tassi a dicembre è di nuovo sul tavolo.

4) Le paure deflazionistiche sono diminuite
Di solito l’inflazione affiora con un considerevole ritardo. Con una fragilità ridotta nel mercato del lavoro e con i mercati delle materie prime che sembrerebbero ormai aver toccato il fondo, l’inflazione probabilmente aumenterà nel 2016, come ha recentemente dichiarato Stanley Fischer, vice presidente della Federal Reserve. Anche gli effetti base incominceranno a prendere piede, quando le variazioni dei prezzi annuali saranno comparati a livelli iniziali più bassi piuttosto che agli elevati livelli della fine del 2014: ciò spingerà le previsioni sull’inflazione più in alto. I livelli di pareggio dell’inflazione dei Titoli di Stato legati all’inflazione (TIPS) sono aumentati di 20 punti base lungo la curva rispetto ai minimi di settembre, nonostante la parte corta della curva sconti un percorso di rialzo dei tassi della Fed più ripido. Il mercato non è più preoccupato di uno scenario deflazionistico. 

5) Il dollaro è forte, ma non troppo
Il biglietto verde è ai massimi da 8 mesi rispetto alle altre valute globali, in quanto una Fed con un approccio più “da falco” si accompagna ad altre Banche centrali più “colombe” come la BCE, la BoJ e la PBoC. Sebbene ciò rimanga una preoccupazione per via dei venti contrari per l’economia derivanti da una valuta forte, è poco probabile che questo possa ostacolare le azioni della Fed. Un rafforzamento drastico del dollaro indubbiamente potrebbe obbligare la Fed a prolungare il suo percorso di normalizzazione dei tassi (questa è anche la ragione per cui i tassi globali alla fine dovranno aumentare all’unisono), ma per ora l’orizzonte è relativamente sgombero.

6) Se non a dicembre, allora quando?
Il PIL del primo trimestre si è rilevato persistentemente debole negli ultimi anni, con molti che hanno incolpato gli eventi climatici invernali. Se ciò dovesse ripetersi nel 2016, allora previsioni basse sul PIL potrebbero far ritardare il rialzo dei tassi verso metà anno. Tuttavia, a metà del 2016 saremo soltanto a pochi mesi dalle elezioni presidenziali di novembre. Qualsiasi rialzo iniziale e la corrispondente volatilità del mercato nel periodo precedente alle elezioni sarebbero messi al centro del dibattito politico, che ciò sia giusto o no. L’inerzia sta dunque crescendo: quanto più la Fed resterà ferma, tanto più difficile sarà intervenire.

7) Ne dipende della credibilità della stessa Fed
Le dichiarazioni del FOMC di ottobre sono state chiaramente intese a segnalare dicembre come data possibile per un rialzo dei tassi, con la frase: “nel determinare se sarà appropriato aumentare i tassi al suo prossimo incontro”. Dopo aver parlato di rialzo dei tassi entrando nel 2015 e nel corso di tutto l’anno, solo per trovare sempre nuove scuse per non procedere (calo del prezzo del petrolio, forza del dollaro, volatilità, etc.), la Fed sta perdendo credibilità. Un ragazzo non può urlare “al lupo, al lupo!” all’infinito. Se la Fed accennasse ad un rialzo per poi deludere di nuovo, sarebbero prevedibile maggiori critiche da parte degli scettici e una risposta spietata dei mercati.

8) Il mercato sta scontando il rialzo 
La parte corta della curva dei tassi sta attualmente prezzando un 70% di possibilità di rialzo dei tassi a dicembre. La percentuale è aumentata rispetto al 30% previsto prima dell’incontro di ottobre. Anche se le probabilità di una stretta monetaria a settembre avevano raggiunto, ad agosto, il 50% per poi crollare al 20% poco prima dell’incontro, ciò fu dovuto all’eccessiva volatilità. Se il mercato continuasse a prezzare più del 50% di possibilità di un rialzo a dicembre, la Fed avrebbe il semaforo verde per procedere, e ci si aspetterebbe che lo facesse. Seppur questo sia un ragionamento circolare, il desiderio della Fed di ridurre la volatilità implica la necessità di un via libera del mercato per intervenire. Il mercato sta cercando di capire il più probabile percorso della Fed, sapendo allo stesso tempo di esercitare un’influenza sull’istituto centrale americano.

“Un evento geopolitico avverso o un indebolimento significativo dei dati economici potrebbero certamente portare a un ennesimo posticipo – conclude Brian J. Smith – .Nonostante tutto, fatte salve queste considerazioni e se tutto il resto dovesse rimanere così, crediamo che la Fed sia pronta a intervenire a dicembre”.