La Fed continua a esitare, permettendo alla Bce di restare alla finestra: ulteriore potenziale di apprezzamento per l'euro

Inviato da Luca Fiore il Gio, 26/09/2013 - 16:21
Di seguito pubblichiamo un'analisi di mercato preparata da MIG Capital relativa le mosse delle due maggiori banche centrali, la Fed e la Bce: la prima è restìa a dare il la al piano di riduzione degli acquisti di asset, la seconda è riluttante a mettere in campo nuove misure "non convenzionali".



L'annuncio di Bernanke, il 18 settembre, di non procedere per il momento con il "tapering", la riduzione graduale dell'iniezione di liquidità da parte della Fed, potrebbe ancora fornire ossigeno all'euro. Il grande timore, infatti, che il "tapering" possa produrre un ulteriore rialzo dei rendimenti europei, in primo luogo sui bund, e di conseguenza su tutti gli altri titoli europei, è infatti per il momento venuto meno. Anche se la ripresa europea rimane molto debole, la BCE infatti è molto riluttante ad intraprendere nuove misure di politica "non-convenzionale".

In Europa, queste misure passerebbero - a differenza degli Stati Uniti che utilizzano il QE - non direttamente attraverso il mercato aperto, bensì attraverso le banche (come ad esempio, i cosiddetti LTRO, i crediti a basso costo alle banche). Nell'imminenza di un'imminente verifica dei bilanci di quest'ultime, e della ricapitalizzazione di alcune, la BCE preferirebbe aspettare.

Spera, cioè, che in assenza di "tapering", la "forward guidance", ovvero la dichiarata intenzione di tenere i tassi di riferimento bassi per un periodo "esteso", sia sufficiente per reprimere l'intera curva dei rendimenti. È probabile che il "tapering" non si materializzi prima di dicembre e che, quindi, la BCE non dovrà fino ad allora ricorrere a nessuna misura "non-convenzionale".

In assenza di siffatte misure, l'euro potrebbe nel breve ancora rafforzarsi e la sua ripresa potrebbe accelerare qualora toccasse quota 1,3640. A meno che, paradossalmente, il Congresso Statunitense non riesca ad accordarsi sul bilancio entro il 17 ottobre, mandando in parziale default gli USA e causando, per via dei timori legati alle inevitabile implicazioni globali, un apprezzamento del dollaro come "bene rifugio di extrema ratio".
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