Per la Fed chiudere i rubinetti della liquidità è più difficile del previsto

Inviato da Luca Brognara il Mar, 08/10/2013 - 11:42

Di seguito pubblichiamo il comment mensile di Christophe Bernard, Chief Strategist Vontobel Group. L'esperto evidenzia come dal fallimento del 2008 di Lehman Brothers l'economia mondiale è stata tenuta in vita con gli interventi di rianimazione adottati dalle Banche centrali mondiali. I recenti segnali di ripresa potrebbero tuttavia ora portare gli istituti centrali a ridurre gradualmente le loro misure di sostegno. Il problema è però la difficoltà a "disassuefare" i mercati, fattore che rende la Federal Reserve e le sue controparti europea e giapponese vittime del proprio successo.




Dallo scoppio della crisi finanziaria nel 2008, le banche centrali hanno adottato misure monetarie straordinarie per sventare il pericolo della depressione economica e sostenere una tiepida ripresa. La politica dei tassi zero della Fed e la massiccia espansione del suo bilancio attraverso diversi programmi di acquisto titoli ("quantitative easing", QE) sono senza precedenti sia in termini di durata che di intensità.




È fuori dubbio che queste manovre hanno aiutato i mercati finanziari a guarire le loro ferite, mantenendo bassi i tassi di interesse reali per un periodo prolungato. È occorso però parecchio tempo prima che gli interventi delle banche centrali dessero i loro frutti. Solo quest'estate, le economie avanzate hanno dato i primi segnali incoraggianti di una ripresa sincronizzata. Soprattutto l'economia statunitense si è mostrata resistente all'aumento delle imposte alla fonte e ai tagli automatici della spesa: il tasso di disoccupazione è sceso costantemente fino a raggiungere il 7,3% in agosto, mentre gli ultimi dati sull'industria manifatturiera pubblicati dall'Institute for Supply Management preannunciano un ampio rilancio.




Mercati viziati dagli zuccherini della Fed

Perché dunque la Fed ha così tanta difficoltà a chiudere i rubinetti della liquidità contrariamente alle sue previe dichiarazioni? La sua decisione di continuare il programma di acquisto di obbligazioni per 85 miliardi di dollari al mese era certamente influenzata dalle prossime trattative sul budget federale USA e sul tetto del debito, ma anche dai modesti dati di agosto sui nuovi occupati nei settori non agricoli.




Un motivo più fondamentale è che il restringimento delle condizioni finanziarie osservato da maggio e dovuto soprattutto al rialzo dei tassi di interesse sul mercato, ha intorbidato le prospettive di breve termine e convinto la Fed ad attendere prove più consistenti di un sostenuto rafforzamento economico. 




Questo è però il classico paradosso dell'uovo e la gallina: non è stato forse proprio l'iniziale annuncio del "tapering" da parte della Fed a innescare il rialzo dei rendimenti dei Treasury? In realtà, la Fed e gran parte delle banche centrali dei paesi avanzati si trovano di fronte al delicato compito di normalizzare le loro politiche monetarie senza provocare un caos sulle borse mondiali. L'ondata di vendite sui mercati emergenti e del reddito fisso, che in maggio era stata provocata dalla semplice menzione di un piano di "tapering", mostra quanto i mercati finanziari siano ormai dipendenti dalla liquidità - una vera e propria assuefazione.




Bolle in vista?

A prescindere da tutto questo, noi crediamo che l'economia statunitense continui a rafforzarsi nei prossimi trimestri. Il fatto che la Fed abbia imboccato la via della cautela e mantenuto immutato il ritmo degli acquisti di obbligazioni aumenta in fondo la probabilità di un esito positivo per l'economia. In generale stiamo assistendo a una ripresa su scala mondiale, a basse pressioni inflazionistiche e a politiche monetarie accomodanti. Il lato positivo è che un tale ambiente favorisce di solito i mercati azionari e gli asset rischiosi. Il rovescio della medaglia è che può provocare delle bolle.




Nel mese scorso abbiamo continuato ad aumentare la nostra esposizione nelle azioni della zona euro, complici le valutazioni ragionevoli e il costante miglioramento degli indici locali degli addetti agli acquisti. Abbiamo sfruttato i notevoli ribassi dei titoli di debito dei mercati emergenti denominati in valuta locale per aumentare cautamente alcune delle nostre posizioni esistenti: i mercati emergenti dovrebbero infatti beneficiare ben presto della ripresa delle economie sviluppate. Inoltre, la stabilizzazione dei rendimenti sui titoli di Stato statunitensi dà fiato agli emittenti più vulnerabili per affrontare i loro deficit delle partite correnti.




L'oro è entrato in un ampio range di prezzo tra 1.200-1.450 dollari USA, offrendo così opportunità di trading per l'investitore agile. Sebbene la posizione della Fed abbia ovviamente provocato un indebolimento del dollaro sul breve termine, manteniamo le nostre previsioni ottimistiche di medio termine sul "biglietto verde".




Di conseguenza, i nostri portafogli presentano un sovrappeso nei mercati azionari e creditizi, e un sottopeso nei titoli di Stato e nelle commodity.





TAG:
COMMENTA LA NOTIZIA