1. Home ›› 
  2. Notizie ›› 
  3. Notizie Italia ›› 

Fed: analisti, è possibile controllare l’inflazione da commodities?

FACEBOOK TWITTER LINKEDIN

Ben Bernanke, presidente della Federal Reserve, ha affermato che la politica monetaria adotatta dalla Fed darà i suoi risultati anti- inflazionistici nel futuro. La valutazione di Bernanke, presentata nel corso di un’audizione al Senato, è stata interpretata come un segnale inequivocabile di un prossimo abbandono dell’azione restrittiva. ‘La crescita degli Usa subirà un rallentamento nel corso di quest’anno e anche nel 2007’, ha affermato Bernanke. Il governatore ha tracciato un sentiero permeato da un raffreddamento sostenibile dell’economia e da un rappacificamento dell’inflazione.

Dinanzi a siffatto messaggio i mercati finanziari hanno tirato un respiro di sollievo mercoledì scorso ( il Dow Jones ha vissuto una delle migliori sedute dell’anno e le quotazioni delle obbligazioni hanno recuperato terreno). Tuttavia, non tutti gli analisti hanno preso per buono il messaggio lanciato da Bernanke. Gli economisti di Goldman Sachs, per esempio, hanno comunicato ai propri clienti che la prossima riunione della Fed ( prevista per l’8 agosto) potrebbe riservare un nuovo rialzo del costo del denaro. La società di consulenza Global Insight ha pronosticato almeno un altro un ritocco al rialzo.

Un numero crescente di analisti crede che la Fed eserciti una minore influenza sull’inflazione. Secondo questo gruppo di esperti, le manovre sui tassi di interesse avrebbero un’efficacia limitata sull’inflazione: ulteriori rialzi provocherebbero un raffreddamento dell’economia e una battuta d’arresto dei consumi, senza mettere in moto un dietrofront dei prezzi. La ragione di tale convincimento va ricercata nel trend rialzista di lungo periodo delle commodities ( petrolio, rame, alluminio, acciaio). Quest’inflazione da commodities, sostengono gli esperti, deriva da forze che vanno ben al di là dei tassi di interesse statunitensi. L’instabilità politica in Medio Oriente e l’aumento della domanda di materie prime proveniente da Cina e India, costituirebbero le variabili chiave del fenomeno. La notizia che la crescita cinese si è attestata d un tasso dell’11,3% annuo nel secondo trimestre del 2006, sembra supportare quest’ipotesi.

Bernanke ha enfatizzato che i dati sull’inflazione saranno decisivi per operare le scelte future in materia di politica monetaria. Un’ora dopo la sua audizione al Senato, il Ministero del Lavoro Usa ha reso pubblici gli indici dei prezzi al consumo in giugno. L’indice generale è cresciuto dello 0,2%, la metà di quanto registrato in maggio. Tuttavia, l’inflazione core ( quella che esclude i prezzi degli alimenti e dell’energia) è avanzata più di quanto si aspettavanpo gli analisti. Negli ultimi dodici mesi, l’indice dei prezzi al consumatore è cresciuto del 4,3% e l’inflazione core del 2,6%: entrambi i valori superano la zona di controllo stabilita dalla Federal Reserve.

Gli economisti osservano con attenzione l’evoluzione degli indici nucleo per capire se l’impennata dei prezzi del petrolio e del gas si sta trasmettendo ai costi di produzione dei beni e servizi che necessitano di grandi quantità di combustibile. Fino a questo momento non hanno individuato intensi cambiamenti. Secondo gli esperti della società di consulenza High Frequency Economics non c’è da stare allegri per il futuro: i maggiori rischi si nasconderebbero nel settore dei servizi, visto che un ampio spettro di attività economiche legate a questo comparto (banche, salute, educazione e vendite al dettaglio) non hanno ancora trasferito il grosso degli aumenti dei prezzi delle materie prime ai propri clienti.

Gli alimenti e l’energia assorbono una parte crescente del reddito dei nuclei familiari Usa. Il Center for Economic and Policy Research di Washington ha pubblicato un breve studio in cui evidenzia come i prezzi di questi beni – in un mondo sempre più globalizzato – si formano in altre parti del mondo. E la Fed potrebbe fare ben poco per invertire questa tendenza. A cura di www.fondionline.it