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Facebook, G20 e rumor tasse Ue mettono KO titoli FANG. Alert da bolla dot-com?

Jim Paulsen, Leuthold Group: “L’ossessione per i titoli dot-com della fine degli anni ’90 è stata sostituita dal fascino delle azioni FANG”.

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Settore hi-tech osservato speciale a Wall Street, e non solo per lo scandalo Facebook, che ha portato il titolo a precipitare fino a -6,8%. Certo, il colosso guidato da Mark Zuckerberg è stato il grande protagonista della vigilia, con il suo “datagate”.

Sia Washington che Bruxelles hanno chiesto spiegazioni al social network, riguardo alle informazioni su più di 50 milioni di utenti che sono state raccolte dalla società di ricerche Global Science Research (Gsr) attraverso una APP e vendute a Cambridge Analytica, gruppo che ha lavorato per la campagna elettorale di Donald Trump.

Ma a dominare la sessione di Wall Street sono stati anche i commenti arrivati dal G20 di Buenos Aires.

Una richiesta ad hoc sulla tassazione digitale è arrivata dal Tesoriere dell’Australia Scott Morrison, che ha lanciato a Buenos Aires un appello alle controparti, per lavorare insieme a un regime fiscale che colpisca i colossi della new economy.

“L’idea secondo cui la new economy dovrebbe essere esente dalla tassazione non ha senso…non può essere un club esente dalle tasse“.

Secondo le indiscrezioni di Bloomberg, inoltre, la Commissione europea starebbe lavorando a una proposta, per fare in modo che i colossi digitali che operano nell’Unione europea, come Alphabet e Twitter, vengano colpiti da una tassa del 3% sul fatturato lordo, a seconda della residenza dei loro utenti.

La proposta, che secondo le fonti sarà presentata domani 21 marzo, sarebbe solo una soluzione di breve termine, a cui seguirebbe un piano più dettagliato e di lungo termine focalizzato sulla tassazione delle multinazionali digitali.

Nel frattempo la tassa del 3% colpirebbe società con un fatturato complessivo annuo, a livello globale, superiore a 750 milioni di euro e quelle con un fatturato annuo proveniente dall’offerta di servizi digitali nell’Unione europea superiore a 50 milioni di euro.

La posizione dell’Ue è del tutto opposta a quella degli Stati Uniti, che hanno sempre mostrato il loro dissenso verso misure che prendano di mira specifiche società digitali o che impediscano al settore hi-tech di crescere.

Il cocktail Facebook-G20-rumor Ue ha messo così ko i titoli tecnologici, scatenando la flessione dei titoli FANG (Facebook, Amazon, Netflix, Google) più forte dallo scorso 8 febbraio.

Lo S&P 500 è scivolato di nuovo sotto la sua media mobile a 50 giorni, considerato livello di supporto tecnico, per la prima volta dall’inizio di marzo, mentre il Nasdaq è riuscito a salvarsi, arrivando a scendere a due punti dalla media degli ultimi 50 giorni, prima di ridurre le perdite.

In ogni caso, per chi teme che il rally che ha caratterizzato i FANG sia al capolinea, è bene ricordare che dall’inizio dell’anno le quotazioni di Netflix sono in rialzo di ben +65%, mentre Amazon ha incassato più del 32%; è vero, comunque, come si evince dal grafico, che Facebook e Alphabet, holding a cui fa capo Google, hanno rallentato notevolmente il passo.

Un avvertimento sui titoli FANG è arrivato inoltre nelle ultime ore da Jim Paulsen, responsabile strategist per gli investimenti di Leuthold Group, che ha affermato che “l’ossessione per i titoli dot-com della fine degli anni ’90 è stata sostituita dal fascino delle azioni FANG”.

Utilizzando il parametro Popular/Panned Ratio, Paulsen ha detto di intravedere anche segnali di pericolo crescenti per il mercato toro, iniziato nove anni fa.

“Anche se il suo rialzo è meno drammatico, il trend del PP Ratio di questo mercato toro è sorprendentemente simile a quello che ha caratterizzato gli anni ’90 – ha scritto lo strategist in una nota ai clienti – e, sebbene non suggerisca per ora un collasso massiccio – simile a quello successivo all’era dot-com – l’indice ricorda come il mercato toro stia cambiando”.

Il ratio misura la differenza tra la performance dell’indice che monitora il trend dell’hi-tech – lo S&P 500 Information Technology Sector Index – e quella dell’indice relativo al settore delle utility, noto per attirare chi vuole avere una posizione più difensiva sull’azionario.

Tale gap è rimasto piatto nei primi anni del mercato toro, per poi espandersi dal 2016 e balzare negli ultimi mesi.

E proprio tale balzo, utilizzando le parole dello strategist, conferma che “il rischio sugli investimenti sta diventando concentrato, esteso, e sempre più vulnerabile al morso dell’orso”.