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Per l’Europa core la ripresa è in vista

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Le economie dei Paesi più forti dell’area euro potrebbero cominciare a riprendersi già nella parte finale di quest’anno. E’ la previsione di Richard Hoey, capo economista di BNY Mellon. Lo scenario è meno ottimista per i Paesi periferici meridionali i quali “rimarranno probabilmente in recessione per il 2012 e per gran parte, se non per tutto, il 2013”. A livello mondiale l’attesa dell’economista è invece per un rallentamento della crescita che dovrebbe attestarsi al 3%.

“Mentre alcuni osservatori temono una recessione globale su larga scala riteniamo più probabile solo un indebolimento del ritmo di crescita, considerando i benefici del calo dei prezzi di petrolio ed energia e le politiche di easing quantitativo prevalenti in molti paesi tranne che nell’Europa meridionale”.

I Paesi cosiddetti periferici sono impegnati in severe politiche di austerità che hanno spinto le loro economie in uno stato recessivo, sebbene al momento la contrazione non è paragonabile a quella del 2009. “I Paesi più deboli dell’Europa – spiega Hoey – si trovano ad affrontare problemi fondamentali come la perdita di competitività e l’eccessivo indebitamento nel momento in cui il loro obiettivo più immediato è il rimanere credibili sul mercato e quindi tentare di abbassare i loro costi di finanziamento”.

Un compito che difficilmente potranno riuscire a portare a termine da soli, senza il sostegno degli altri membri dell’Eurozona. Per tal motivo, secondo il capo economista di BNY Mellon “è necessaria una rinegoziazione sia degli accordi di governo e di responsabilità a livello europeo che nei singoli paesi”. Un po’ come avvenne nel 1784 negli Stati Uniti quando il fondatore di BNY Mellon Alexander Hamilton negoziò un compromesso per ristrutturare i “legacy debt” del sistema di sicurezza sociale americano con Thomas Jefferson e James Madison, i due leader della Germania degli Usa di quel tempo, ossia la Virginia.

“La proposta che circola in Europa di creare un redemption fund sulla parte di debito eccedente il 60% del rapporto debito/Pil assomiglia a quanto fu fatto in America più di 200 anni fa. Non sarebbe la soluzione a tutti i problemi dell’Europa ma potrebbe conferire maggiore credibilità finanziaria al sistema”.