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Europa-Cina: nel 2011 interscambi commerciali da 567 miliardi di dollari

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L’Italia è il settimo fornitore della Cina e il suo terzo cliente per esportazioni. I numeri sono stati illustrati dal ministro plenipotenziario per i rapporti con Asia e Oceania, Andrea Perugini, nel corso della conferenza tenutasi il 5 ottobre presso l’Assolombarda di Milano per la presentazione dello European Business in China Position Paper,  redatto dalla European Chamber, ovvero la Camera di commercio europea basata in Cina e diretta da Davide Cucino. Il documento riassume lo stato del business europei nel Celeste Impero, all’indomani del recente summit Europa-Cina, volto ad instaurare una collaborazione in tema di investimenti che investa diversi settori. “Un impegno coerente”, ha affermato Perugini. “Nel 2011, nonostante la crisi, l’interscambio commerciale è infatti ammontato a 567 miliardi di dollari, ma resta comunque un problema diflusso di investimenti esteri, in particolare dalla Cina all’Europa. Se guardiamo all’Italia, gli investimenti cinesi nel nostro Paese nel 2010 secondo Eurostat sono ammontati a 319 milioni di euro, mentre il flusso inverso sale a 6,3 miliardi di euro”.
A ostacolare l’interscambio sono spesso ostacoli culturali da rimuovere, afferma Thomas Rosenthal della Fondazione Italia-Cina. “La conoscenza della controparte non è solo una dinamica necessaria dall’Italia verso la Cina, ma anche viceversa. I tassi di fallimento di collaborazioni commerciali sono infatti altrettanto alti anche quando manca la conoscenza da parte cinese del mercato con cui si vanno a relazionare”. La burocrazia nel Paese ospite è un problema? Non esattamente. “La burocrazia cinese è altrettanto significativa di quella italiana”, nota Rosenthal. ” Ma, come gli italiani, anche i cinesi trovano il modo di superare gli ostacoli burocratici attraverso le connessioni personali per raggiungere comunque l’obbiettivo. In questo senso è vero che italiani e cinesi sono simili: in mancanza di istituzioni che funzionano bene viene alla luce l’importanza delle relazioni tra persone”.

Secondo il Position Paper, il modello degli investimenti cinese a conduzione statale non è più adatto a supportare il quadro economico corrente. Le evidenze dicono che in 30 anni la Cina ha tratto profitto da un modello statalista che dopo aver garantito un Pil in crescita, salari reali in aumento per decenni e impennata di riserve in moneta estera, si rivela ora meno produttivo, poiché poggia su fattori ora in declino. Tra questi, il contributo netto delle esportazioni sul Pil – sceso dal 14% del 2007 al 9% del 2011 – e gli investimenti esteri annui, calati sotto lo zero per effetto della crisi globale.
Un nuovo modello di sviluppo, secondo Cucino, è già stato individuato con il 12° piano quinquennale, e potrebbe sostenere una crescita prolungata, sostenendo i consumi interni, il settore terziario e lo sviluppo delle nuove tecnologie, l’urbanizzazione.  Ma nulla di tutto ciò avverrà se non si raggiungerà, attraverso privatizzazioni e apertura concorrenziale ai mercati esteri, un equo accesso al mercato, agli appalti pubblici, a finanziamenti e sussidi, superando quindi un modello di economia a conduzione statale che col tempo è diventato sempre più inadeguato alle sfide globali.