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Emergenti: 7 domande per capire cosa sta succedendo e l’evolversi della situazione (analisti)

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Sette domande per cercare di capire cosa sta succedendo nei Paesi emergenti, come potrà evolversi la situazione nel breve e nel lungo termine e quale potrà essere l’impatto sui Paesi sviluppati. Alle domande ha risposto il team macro di Exane BNP Paribas guidato da Pierre Olivier Beffy. 
 
1) Le condizioni finanziarie dei Paesi emergenti si stanno stabilizzando?
Nelle ultime due settime le condizioni finanziarie degli emergenti sono leggermente migliorate, per lo meno per quanto riguarda le condizioni di mercato come testimonia l’andamento del mercato valutario emergente, degli spread e del mercato azionario dell’area. Inoltre, segnali incoraggianti provengono anche dall’andamento dei flussi di capitale. Tuttavia, è ancora troppo presto per affermare che vi sia un reale cambio di trend. Nel breve termine, sarà il news flow macro-economico a fornirci indicazioni in tal senso.
 
2) Dobbiamo aspettarci una nuova ondata di debolezza delle valute emergenti quando la Fed aumenterà i tassi?
Va, innanzitutto, evidenziato che l’aumento dell’indebitamento societario nei Paesi emergenti rende tali Paesi più sensibili a fattori globali come i tassi Usa o l’andamento del prezzo del petrolio. Dato che i fondamentali di alcuni Paesi emergenti si sono deteriorati, non è, dunque, possibile escludere ulteriori fasi di stress sui mercati valutari emergenti. Tuttavia, crediamo che l’impatto dell’avvio della stretta monetaria della Fed sulle valute emergenti dovrebbe essere contenuto. Diversi sono i motivi che ci spingono ad avere tale opinione:
o la politica monetaria degli Stati Uniti ha cambiato rotta sin dall’inizio 2013 quando venne annunciato il tapering;
o i prezzi delle commodity hanno già registrato una correzione significativa;
o il mercato valutario emergente ha già subito un forte deprezzamento;
o l’esposizione degli investitori agli emergenti si è già ridotta;
o la composizione della leva finanziaria è più equilibrata rispetto al passato (aumento della quota di debito finanziata attraverso emissioni obbligazionarie e calo della quota del credito bancario).
 
3) I Paesi emergenti stanno registrando segnali di ripresa?
E’ ancora troppo presto per parlare di ripresa negli emergenti. Non escludiamo, tuttavia, che possano registrarsi dati positivi a partire da novembre come lasciano presagire gli ultimi dati relativi alle esportazioni. Ancora una volta l’eterogeneità tra i Paesi continuerà a farla da padrona. In particolare, a beneficiare di un miglioramento del sentiment di mercato saranno le economie asiatiche, Cina in primis, e India.
 
4) Vi aspettate un’azione politica questo mese in Cina?
Dato che la leadership cinese è consapevole del fatto che l’economia e la fiducia necessitano un fattore di supporto, riteniamo che sia possibile che questo mese siano promosse delle misure di stimolo fiscale. Tuttavia chi si attende misure di grande portata potrebbe restare deluso! I responsabili politici del Celeste Impero potrebbero, infatti, fornire solo il supporto minimo per evitare un marcato rallentamento. Sebbene i mercati potrebbero, in prima battuta, ritenere tale approccio non sufficiente, tali misure dovrebbero essere in grado di permettere una stabilizzazione dell’economia cinese. In realtà, riteniamo che ad essere più importante sia il messaggio veicolato dai responsabili politici del Paese, che in occasione della 5a sessione plenaria potrebbero adottare un tono maggiormente favorevole alla crescita, piuttosto che la dimensione dello stimolo promosso.
 
5) Nel breve periodo la crescita dei Paesi sviluppati potrebbe essere negativamente influenzata dalla debolezza degli emergenti?
Lo shock deflazionistico esportato dai Paesi emergenti peserà sul pricing power delle società dei mercati sviluppati, con conseguente sotto-performance del settore manifatturiero rispetto a quello dei servizi. Tuttavia, come la storia insegna, non sono rari i casi in cui sia i Paesi sviluppati sia gli emergenti hanno registrato un parziale decoupling in termini di crescita: ad esempio, durante la crisi del 1997 – 1998, gli emergenti hanno subito un calo dell’attività economica (5% nel 1997 e 2,3% l’anno successivo) mentre, nel contempo, la crescita dei paesi sviluppati è aumentata (passando dal 2,7% al 3,5%). Riteniamo, dunque che, come già avvenuto in passato, lo stress in corso sugli emergenti non dovrebbe mettere a rischio le prospettive di crescita dei Paesi sviluppati nel 2015 – 2016
Allo stadio attuale, la crescita di tali Paesi, ed in particolare della Zona Euro, è, infatti, principalmente supportata dalla domanda domestica che dovrebbe beneficiare dell’incremento del potere d’acquisto determinato dal calo del petrolio. Inoltre, i bassi rendimenti obbligazionari a livello globale stanno mantenendo bassi i tassi dei prestiti ipotecari, fornendo ulteriore sostegno interno alle economie dei Paesi sviluppati. Fino a quando l’economia domestica mostrerà una buona resistenza, il contagio degli emergenti non sarà, dunque, elevato. 
 
 
6) In quali Paesi sviluppati si registrerà la più forte reazione di politica monetaria?
Nel brevissimo periodo ci aspettiamo che ciò avvenga in Giappone dato che l’inflazione è ben inferiore al target della BoJ. Molteplici sono le possibilità a disposizione dell’istituto, come, ad esempio, aumentare il ritmo del programma di acquisto di asset o concentrare gli acquisti su asset con scadenza più lunga. Sorprese potrebbero registrarsi anche in zona Euro. Dato che la bassa crescita delle retribuzioni (eccezion fatta per la Germania) e il basso prezzo del petrolio dovrebbero rendere difficile il raggiungimento del target della Bce sull’inflazione del 2017 (1,7%), Draghi dovrebbe rendere ancora più espansiva la politica monetaria in Europa annunciando, a dicembre, un prolungamento del periodo minimo del QE (da settembre 2016 a marzo 2017, con conseguente aumento di asset acquistati per 300 miliardi di euro).
 
7) Come valutare il ribilanciamento in corso nelle economie emergenti dal 2009?
Il ribilanciamento economico negli emergenti non è ancora giunto ad una conclusione. Dopo anni di crescita non equilibrata agli inizio del nuovo secolo, i Paesi emergenti devono oggi far fronte a numerose sfide strutturali: affrontare adeguatamente questi problemi potrebbe causare, nel medio termine, un rallentamento economico in numerosi Paesi (eccezion fatta probabilmente per l’India). Dato che la Cina è il motore di crescita di numerosi emergenti e che il suo rallentamento potrebbe scatenare reazioni a catena in tutta l’area, il rischio che si possano verificare ulteriori crisi in tali Paesi nei prossimi anni è, dunque, elevato.
I paesi più fragili sono quelli con elevato deficit delle partite correnti, cioè i Paesi dell’America Latina, Turchia e Sudafrica, che, essendo dipendenti dai flussi di capitale, sono esposti al rischio di crisi finanziaria, seguiti dagli esportatori di petrolio chiamati a ridurre drasticamente la loro spesa con conseguente instabilità politica e sociale, e, in ultima battuta, dai Paesi del sud-est asiatico che beneficiano di una maggiore stabilità finanziaria.