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Elezioni Usa, La scure del Congresso sui programmi di politica economica di Clinton e Trump

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I colpi bassi, gli insulti, le email e gli scandali pseudo-sessuali sull’onda del politically correct hanno oscurato – quanto meno oltreoceano – la sostanza dei programmi di politica economica dei due candidati alla Casa Bianca: la democratica Hillary Rodham Clinton e il repubblicano Donald Trump. A pochi giorni dal D day è importante però analizzare il contenuto dei rispettivi programmi e capire quali dei due sia il più sostenibile, cioè quale potrebbe effettivamente permettersi il Paese. “Il programma della Clinton è molto articolato, ma nel complesso ha una portata modesta. Quello di Trump, al contrario, è molto ambizioso, ma poco equilibrato”, è la risposta del team di economisti di AB-AllianceBernstein. Analizziamoli ora nel dettaglio.
 
Programma Clinton: articolato, ma di portata ridotta
In sintesi, il programma economico della Clinton contiene proposte fiscali che porterebbero a un aumento del gettito pari a 1,1 mila miliardi di dollari nell’arco di dieci anni, che servirebbero a finanziare numerosi programmi e iniziative, quali gli investimenti in infrastrutture (circa 300 miliardi in cinque anni), energie rinnovabili, istruzione, sanità e servizi per l’infanzia. Le riforme fiscali che il Segretario di Stato vorrebbe adottare riguardano soprattutto le famiglie ad alto reddito. Il programma prevede infatti una sovrattassa del 4% sui redditi superiori a 5 milioni di dollari e un’aliquota fiscale federale minima del 30% per redditi che superano un milione di dollari. Inoltre, la proposta di Clinton allungherebbe i periodi di detenzione dell’investimento necessari per beneficiare dell’aliquota più bassa sulle plusvalenze a lungo termine. Verrebbe inoltre ridotta l’esenzione della tassa di successione dagli attuali 10,9 milioni a 7 milioni per una coppia coniugata. “Secondo le previsioni elaborate dall’Urban-Brookings Tax Policy Center, il 95% dei contribuenti non vedrebbe alcuna modifica del proprio regime fiscale”, commenta il team di AB-AllianceBernstein.
Per quanto riguarda invece le imprese, il candidato democratico intende applicare una “exit tax” alle società che delocalizzano al di fuori degli Usa. Tale proposta prevede anche alcune modifiche a livello normativo volte a rendere più difficile l’esterovestizione, cioè il trasferimento all’estero della residenza di una società che vuole beneficiare di un regime fiscale più vantaggioso. Infine, limiterebbe la deducibilità degli interessi come strumento per ridurre le imposte.
Quanto all’immigrazione, il progetto di Clinton prevede l’introduzione di un iter semplificato per la concessione della cittadinanza ai clandestini che vivono negli Stati Uniti. Nella parte dedicata al commercio internazionale, poi, è prevista una revisione dell’accordo multilaterale di libero scambio Trans-Pacific Partnership (TPP) negoziato dall’attuale amministrazione. La candidata democratica intende infine continuare la politica di regolamentazione dell’Agenzia per la Protezione dell’Ambiente, mantenere le rigorose normative e i requisiti patrimoniali nel settore finanziario, e introdurre un’alternativa pubblica al sistema sanitario.
Conclusione? “Se il problema numero uno dell’economia è la crescita lenta, questo programma finalizzato all’aumento delle entrate fiscali e della spesa pubblica non aiuta molto a migliorare una domanda fiacca, perché è probabile che l’attività del settore privato si ridurrebbe in proporzione all’aumento della domanda nel settore pubblico – spiegano gli economisti di AB-Alliance Bernstein – Il programma, invece, appare più efficace se il problema principale da risolvere è l’ineguaglianza di reddito e della distribuzione della ricchezza”.
 
Programma Trump: ambizioso, ma il commercio estero è a rischio
La proposta Trump sul piano economico è invece espansiva, ma appare non equilibrata. L’aspetto più rilevante riguarda la riduzione fiscale applicata su ampia scala. L’intervento porterebbe infatti a un calo delle entrate federali pari a 9,5 trilioni di dollari in dieci anni e all’accorpamento da sette a tre scaglioni d’imposta (10%, 15% e 25%). Il programma prevede inoltre l’eliminazione dell’imposta minima alternativa e della tassa di successione. Secondo un’analisi condotta dall’Urban-Brookings Tax Policy Center, i contribuenti ad alto reddito beneficerebbero di una riduzione complessiva delle imposte, mentre il 45% dei contribuenti non vedrebbe alcuna modifica del proprio regime fiscale.
Sul versante delle imprese, Trump propone una riduzione dello scaglione massimo delle imposte dal 35% al 15%, ma anche l’eliminazione di numerose detrazioni ed esenzioni.
Trump vuole inoltre introdurre dei cambiamenti netti nelle politiche di immigrazione portate avanti dall’attuale governo volte a eliminare ogni meccanismo di espulsione, e a concedere un permesso di lavoro agli immigrati clandestini.
La svolta è ancora più radicale, però, sul tema del commercio internazionale. Trump ha infatti più volte minacciato non solo di eliminare qualsiasi appoggio all’accordo TPP, ma anche di voler stracciare altri accordi esistenti come il North American Free Trade Agreement. Inoltre, vuole imporre forti dazi, dal 35% al 45%, all’importazione di merci da Messico e Cina, due dei maggiori partner commerciali degli Usa.
Il candidato repubblicano è stato invece generico circa gli interventi che apporterà alla spesa federale, ma ha comunque precisato che intende aumentare le spese militari ed eliminare le frodi e gli sprechi nei programmi governativi. Sul fronte della regolamentazione, infine, la proposta di Trump verte sull’abrogazione dell’esistente legislazione federale nel settore dell’assicurazione sanitaria. Inoltre, vorrebbe allentare, se non eliminare, le attuali normative in materia di energia e finanza.
Conclusioni? “Se il problema numero uno dell’economia è la crescita lenta, il programma di Trump darebbe un forte impulso grazie al taglio significativo delle imposte su vasta scala, ma tutti i benefici derivanti dalla riduzione fiscale andrebbero persi con l’attuazione di quella parte del programma riguardante gli scambi commerciali internazionali – spiegano gli economisti di AB-Alliance Bernstein – Le multinazionali americane operano infatti in un contesto globale e quasi un terzo delle importazioni americane proviene dalle loro consociate straniere: qualsiasi tentativo di aumentare il costo delle merci importate aumenterebbe i costi delle imprese, con una conseguente pressione sui margini operativi, nociva per le prospettive di crescita economica del Paese”. “Come nel programma Cinton, se al momento i problemi principali dell’economia americana sono legati all’ineguaglianza di reddito e della distribuzione della ricchezza, è improbabile che questo programma li risolva”, aggiungono gli economisti.
 
Il vaglio del Congresso
Se l’attenzione dei media è ovviamente concentrata sull’elezione presidenziale, tuttavia le elezioni del Congresso rivestono la medesima importanza, poiché tutte le politiche fiscali e di bilancio devono essere legiferate e approvate da quella istituzione. In questo momento i repubblicani costituiscono un’esigua maggioranza in Senato, mentre sono presenti in forte maggioranza nella House of Representatives, anche se la composizione definitiva del nuovo Congresso verrà divulgata solo a elezione avvenuta. “Oltretutto, né la proposta di Clinton né quella di Trump sono in piena sintonia con le piattaforme politiche dei rispettivi partiti – sottolineano gli economisti di AB – In molte aree, i democratici hanno un approccio più aggressivo della Clinton, sono più impegnati a favore della tassazione dei gruppi a reddito elevato, vogliono eliminare le scappatoie fiscali, combattono per un maggiore ruolo del governo federale nella sanità e per l’aumento del salario minimo nazionale”. “Quanto ai repubblicani – aggiungono gli strategist – sostengono da tempo la liberalizzazione degli scambi commerciali e un ruolo ridimensionato del governo nell’economia, una visione politica contrastata da Trump”. In altre parole, gli attuali candidati hanno poche chance di attuare anche solo la metà dei loro propositi. L’unico possibile tema comune riguarda gli investimenti nelle infrastrutture: entrambi i programmi concordano infatti sulla necessità di inserire nel bilancio federale la spesa per le infrastrutture. “Comunque, l’uno o l’altro programma dovrà passare al vaglio del Congresso per essere approvato, e la storia ci insegna anche che qualsiasi riforma fiscale quasi sempre interessa sia le singole persone che le aziende. Se i repubblicani vogliono una riforma fiscale rivolta alle società e i democratici puntano agli sgravi per le persone, soprattutto della classe media, ci sono buone possibilità che possano trovare un punto d’incontro a metà strada”, dicono gli strategist.
 
Quale programma può permettersi l’America?
Dopo le elezioni, l’attenzione sarà rivolta sui possibili cambiamenti nella politica fiscale e su ciò che gli Usa possono permettersi di fare realmente. “Tale discussione dipende in gran parte da quanta importanza verrà in primo luogo attribuita al bilancio o ai costi finanziari”, dicono gli economisti di AB-AllianceBernstein. Che spiegano: “Per fare un esempio, l’attuale debito pubblico degli Usa supera i 19 trilioni di dollari, ed è in continua crescita. Aumentare il debito per finanziare la crescita sarebbe proibitivo e costoso, ma grazie al costo finanziario a lungo termine (10 anni) al tasso dell’1,6% gli oneri dei nuovi prestiti corrispondono alla metà della crescita nominale del prodotto interno lordo e degli introiti previsti”. Considerando l’attuale scenario, un nuovo programma fiscale sarebbe sia opportuno che allettante, soprattutto se riuscisse a spingere la crescita prevista nell’arco di qualche anno. “L’ultima volta che gli Usa si sono avventurati in una forte politica di bilancio espansiva è stato all’inizio degli anni ‘80. Ma allora il costo del debito a 10 anni era al 13%. Mentre oggi il tasso di sostituzione sembra molto migliorato, anche se non è del tutto privo di rischio”, concludono gli strategist.