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L’Egitto volta pagina dopo trent’anni: Mubarak lascia, pieni poteri all’esercito

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Il presidente egiziano, Hosni Mubarak, ha rassegnato le sue dimissioni dalla carica di capo dello Stato e ha incaricato le forze armate di gestire gli affari di Stato. Ad annunciarlo è stato il vice presidente, Omar Suleiman, nel corso di un messaggio letto alla tv pubblica del Cairo. A Piazza Tahrir, al Cairo, l’annuncio delle dimissioni dell’anziano presidente egiziano che si era rifugiato questo pomeriggio nelle dorate residenze di Sharm el Sheikh, nel Sinai, è stato accolto con una vera e propria esplosione di gioia, tra applausi, grida di giubilo e bandiere al vento. Dopo oltre due settimane di proteste contro il raìs, la piazza, simbolo della rivolta egiziana, già avvolta nel buio della sera, è in questi minuti in festa. Sono oltre un milione le persone scese in Piazza per manifestare. Secondo le stime di un responsabile della sicurezza egiziana sarebbero circa un milione i manifestanti nella sola capitale. In 200mila nella piazza Tahrir, l’epicentro della protesta in questi giorni.


Almeno 3.000 si stanno dirigendo verso il palazzo presidenziale nel quartiere di Heliopolis. In base ai calcoli dei fotografi dell’agenzia Afp, altre 400-500mila persone si sono mobilitate ad Alessandria. Continua lo sventolio di bandiere mentre sii sentono canti, urla e testimoni interpellati parlano anche dei molti che versano lacrime di gioia. Mubarak è stato il leader egiziano politicamente più longevo dai tempi del reggente Muhammad Ali (XVIII secolo). Il suo pugno di ferro gli ha permesso di mantenere stabile per 30 anni un Paese di 80 milioni di persone, ma ora, dopo 17 giorni di proteste antigovernative, è arrivato il Giorno del Destino. Sul piatto della bilancia l’esacerbarsi di disuguaglianze economiche, l’aver lasciato vivere milioni di persone sotto la soglia della povertà, l’aver permesso abusi e torture da parte degli organi della sicurezza e il non essersi preoccupato del crescente dissenso. Lo stato d’emergenza, decretato da Mubarak al momento della sua salita al potere e ancora formalmente in vigore, gli ha consentito di tenere sotto controllo per lungo tempo ogni forma di opposizione, ma ha anche esasperato gli egiziani.

Salito al potere nell’ottobre del 1981, dopo l’assassinio del presidente Anwar Sadat (il 6 ottobre), nel settembre 2005, all’età di 77 anni, si è ricandidato per il quinto mandato presidenziale consecutivo. Sei anni fa la vittoria di Mubarak, alla guida di un Paese con il 40% dei cittadini che vive con 2 dollari o meno al giorno, era apparsa da subito scontata: aveva vinto con l’88% dei voti decretando la sconfitta dell’avvocato Ayman Nour, che ottenne un mero 7% delle preferenze in una consultazione ampiamente contestata e fu poi arrestato. Quelle del 2005 erano state le prime elezioni presidenziali aperte a più candidati, volute dallo stesso Mubarak che nel febbraio dell’anno precedente aveva avviato un processo di riforme politiche con l’approvazione di un importante emendamento alla Costituzione. Le prossime elezioni presidenziali erano previste per il prossimo settembre. Dal 1978 Mubarak è anche ai vertici del Partito nazional democratico (Pnd), di cui in quell’anno è stato nominato vice presidente e poi presidente con la morte di Sadat. Il Pnd ha trionfato anche lo scorso novembre in occasione delle elezioni politiche.


Nel 1995 Mubarak è sfuggito ad un attentato ad Addis Abeba organizzato da gruppi islamici, grazie all’intervento del capo dei servizi segreti egiziani Omar Suleiman. Dall’81 il rais ha mantenuto in vigore leggi di emergenza anti-terrorismo che danno ampi poteri di repressione a polizia e servizi segreti. Per trent’anni si rifiuta di nominare un vicepresidente. Lo fa solo il 29 gennaio di quest’anno, sull’onda delle proteste popolari: ed è Omar Suleiman, l’uomo che sceglie come successore. Ma è troppo tardi per riscrivere un finale che diventa chiaro con il passare dei giorni.

 

Le tensioni che da giovedì avevano iniziato a soffiare forte sull’Egitto hanno tenuto incollati ai monitor per tutta la giornata di oggi gli investitori internazionali. Che la situazione dal Cairo ad Alessandria fosse in divenire è apparso subito chiaro. L’esercito, che nella storia egiziana ha sempre avuto un ruolo centrale nei passaggi di potere, è stato fino a ieri a guardare. Ma dai generali questa mattina era arrivato un messaggio chiaro: anche ufficiali dell’esercito avevano iniziato a unirsi alla protesta dei dimostranti anti-governativi del movimento anti-Mubarak. Ieri sera il Faraone in un lungo discorso alla nazione si era detto disposto a giocarsi tutto, ma agli osservatori internazionali era apparso totalmente fuori dal tempo. I decenni al potere hanno allontanato il Faraone dalla sua gente, dalla povertà della sua popolazione, dai bisogni di libertà e democrazia. Oggi la storia si è fermata al Cairo per scrivere una nuova pagina. Le Borse ci credono: hanno chiuso in rally tutte in territorio positivo. Mentre gli indici di Wall Street sono arrivati a toccare i massimi da giugno 2008, l’Europa ha accelerato. Il Dow Jones sale dello 0,21% a 12.254,76 punti, il Nasdaq avanza dello 0,25% a 2.797,29 punti mentre lo S&P 500 segna un progresso dello 0,31% a 1.325,68 punti. A Milano l’Ftse Mib ha consolidato i guadagni e chiuso in progresso dello 0,73%. Parigi ha recuperato lo 0,07% e Francoforte lo 0,13%.