1. Home ›› 
  2. Notizie ›› 
  3. Notizie Mondo ›› 

Egitto: Mubarak resiste e sfida la piazza. Mkt alla prova dei nervi. Petrolio balza insù

FACEBOOK TWITTER LINKEDIN

Mubarak sfida la piazza: resiste. Rivolgendosi agli egiziani come un padre, ma soprattutto come il loro presidente, il rais ha annunciato ieri sera che cederà poteri al vice presidente Omar Suleiman, ma ancora non se ne va. Nell’attessisimo messaggio alla nazione, Mubarak ha confermato l’intenzione di non candidarsi alle elezioni presidenziali di settembre, quando passerà il testimone al candidato vincitore. Annunciando l’avvio di una procedura per l’abrogazione dell’articolo 179 della Costituzione, che impone lo stato d’emergenza, il rais ha tuonato contro le ingerenze dei paesi stranieri negli affari interni del paese, ha osservato che il sangue dei giovani morti durante i giorni della rivolta non è stato versato invano e che la transizione andrà avanti da oggi fino a settembre. Ma, soprattutto, ha terminato senza annunciare le sue dimissioni, lasciando molti interrogativi in sospeso.


Morirò in Egitto, ha precisato, deludendo le aspettative di quanti chiedevano la sua partenza. E le proteste della piazza non si sono fatte attendere. Urla di disappunto sono partite da Piazza Tahrir, dove i manifestanti hanno reagito con rabbia, agitando scarpe al cielo, in segno di disprezzo verso il rais. Sotto il cielo del Cairo si sta scrivendo la storia, ma l’epilogo sarà imprevedibile? La giornata di ieri è stata segnata da voci incontrollate. E quando sembrava ormai evidente che il potente e autoritario rais, 82 anni, da 30 anni al potere, sotto la spinta della piazza, stesse infine passando la mano è arrivato il colpo di scena.

Dai giornalisti delle grandi Tv americane era arrivata a più riprese l’informazione secondo cui il vice presidente Suleiman avrebbe preso dal rais il bastone del comando. Affermazione sostenuta, seppur con qualche condizionale, anche dal capo della Cia, Leon Panetta. Poi, in serata è divenuto chiaro che non sarebbe stato così semplice. Che era in corso un vero braccio di ferro. Sono cominciate a circolare voci di un golpe militare. Il Consiglio superiore delle forze armate, riunito senza il suo capo supremo, ovvero lo stesso Mubarak, aveva  diffuso il comunicato N.1: per dire che l’esercito ha adottato le misure necessarie per proteggere la nazione e per sostenere le legittime richieste del popolo. Ma le speranze si sono infrante nell’inno di resistenza di Mubarak che ha lasciato spazio alla rabbia e ai dubbi.


C’è chi osserva che “il Medio Oriente è un vulcano che fa paura, ci sono focolai di rivolte un pò dovunque, anche se vanno operati dei distinguo in ordine alle cause. È, tuttavia, una situazione preoccupante, cominciata con l’Iraq, la Tunisia, l’Egitto, e a poco a poco stiamo vedendo la Giordania, lo Yemen, la Siria. Se l’Egitto dovesse cadere in mano a forze islamiste sarà un problema per tutti”. Febbraio rischia di passare alla storia come un mese di fuoco per i regimi islamici. La prossima settimana sono previste manifestazioni da Tripoli e Bengasi (il 17 la giornata della collera) a Baherein (il 14 febbraio). Dal Marocco allo Yemem, dal Sudan alla Siria, dalla Giordania al Bahrein, fino alla Libia del colonnello Gheddafi e all’Iran degli ayatollah il vento delle rivoluzioni ad orologeria ormai si è sollevato. E rischia di scrivere un nuovo capitolo nella storia della regione.


Ma oggi è il crescere delle tensioni in Egitto in seguito all’annuncio delle mancate dimissioni da parte del presidente Hosni Mubarak che fa temere il peggio. Se gli estremisti dovessero prendere la guida dell’opposizione la situazione potrebbe sfuggire di mano. Che il nervosismo sia alto basta dare un’occhiata all’andamento del prezzo dei petrolio, balzato all’insù sui mercati asiatici. “Un Egitto instabile potrebbe influire sulle forniture di greggio che passano dal Canale di Suez, fonendo un collegamento tra Europa e Asia più rapido e sicuro rispetto alla circumnavigazione dell’Africa”, osservano alcuni trader. Nonostante l’Egitto non sia uno dei maggiori produttori di greggio, dal Canale di Suez transitano ogni giorno circa 2,4 milioni di barili, grossomodo quanto la produzione petrolifera dell’Iraq o del Brasile. In particolare, il principale contratto per la fornitura di greggio di New York, la cui consegna è prevista per marzo, ha registrato un aumento di 42 centesimi raggiungendo quota 87,15 dollari al barile. Il greggio del Mare del Nord, la cui consegna era prevista anche in questo caso a marzo, ha guadagnato 47 centesimi fino a raggiungere i 101,34 dollari nel suo ultimo giorno di contrattazioni.