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L’effetto-Obama dura poco

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Minimi da due mesi per il cambio eurodollaro. Dopo esser salito in quota 1,2876 in scia della rielezione di Obama alla presidenza degli Stati Uniti (che indirettamente implica il proseguimento delle attuali politiche monetarie espansive da parte della Fed), il cambio tra la moneta unica e il biglietto verde è sceso fino a 1,2736 dollari, il livello minimo dal 7 settembre.

La spinta ribassista è attribuibile alle notizie arrivate nel corso della prima parte dal Vecchio continente. Indicazioni negative sono arrivate sia dalla Germania, dove la produzione industriale a settembre ha registrato un -1,8% m/m (consenso -0,6% m/m) e sia da Bruxelles, dove la Commissione europea ha peggiorato le stime sull’andamento dell’economia di Eurolandia, attesa in calo dello 0,4% quest’anno e in crescita dello 0,1% nel 2013 (da +1%).

Il tutto condito dalle tensioni che circondano il voto del parlamento greco sulle nuove misure di austerità e dalla consapevolezza che Obama incontrerà non poche difficoltà per evitare il c.d. fiscal cliff, il precipizio fiscale causato dal contemporaneo taglio alla spesa pubblica e aumento delle tasse che scatterà a fine anno se democratici e repubblicani non troveranno un accordo. Non a caso l’agenzia Fitch ha già fatto sapere che nel caso in cui l’intesa non venisse raggiunta il declassamento della prima economia sarà inevitabile.