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L’editoriale sulla Brexit: ‘Revocare Articolo 50 per porre fine a questa pantomima, gli errori di Cameron e May’

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Revocare l’articolo 50 e porre fine al processo della Brexit. Processo che è finito per diventare una pantomima. Tra i diversi guru ed esperti che danno una interpretazione a quanto sta avvenendo nel Regno Unito c’è anche quella che Clive Crook, conosciuto per le opinioni pubblicate sul Financial Times e in passato sull’Economist, ha pubblicato su Bloomberg.

Mentre la sterlina non sa se festeggiare o meno la bocciatura del no-deal Brexit, avvenuta nella serata di ieri a Westminster – la valuta ha prima messo a segno nei confronti del dollaro il balzo più forte in due anni, per poi virare in rosso – Crook – che si definisce un Remainer non proprio convinto, consiglia al Regno Unito e agli stessi Brexiteers di gettare praticamente la spugna.

L’esperto fa il punto della situazione facendo notare che, dopo la bocciatura di ieri dell’opzione no-deal Brexit, lo scenario più probabile è che il governo britannico inizi a formulare una richiesta per il rinvio dell’uscita effettiva del Regno Unito dall’Unione europea, in teoria fissato al prossimo 29 marzo.

In teoria ma non più in pratica dal momento che, vista la doppia cocente bocciatura della proposta sulla Brexit presentata al Parlamento dalla premier May (la prima, lo scorso 15 gennaio, la seconda, l’altroieri), e visto che ieri sempre Westminster ha votato contro l’opzione no-deal o anche Hard Brexit, “un rinvio (della Brexit) a questo punto è senza dubbio necessario”.

Ma “la domanda – si legge nell’articolo – è: quale tipo di rinvio?

“Una breve pausa viene vista come la più probabile”, ricorda Crook che, però, poi avverte: “Non è questa la risposta giusta. Il rinvio non dovrebbe essere di qualche settimana o di qualche mese. Dovrebbe essere lungo e indefinito. In altre parole, il Parlamento dovrebbe non solo sospendere brevemente l’Articolo 50, che è di fatto l’avviso formale con cui gli UK hanno informato l’Europa di volere il divorzio, ma revocarlo del tutto, e farlo fino a quando è possibile”.

“Dò questo consiglio a chi appoggia la causa della Brexit – scrive ancora Crook – A mio avviso, l’Unione europea è un progetto poltico che manca di una leadership effettivamente democratica, impegnato tra l’altro in modo avventato in un programma di integrazione costituzionale che la maggior parte dei suoi cittadini non desidera. Per anni questo malcontento è stato pronunciato, specialmente nel Regno Unito. La vittoria che il Leave ha ottenuto nel referendum del 2016, con un piccolo margine, sottovaluta questo malcontento, visto che ci sono molti Remainer riluttanti come me, che ritengono che la Brexit non andrà a finire bene ma che non hanno una grande opinione dell’Ue”.

Ora, se “il Regno unito rimarrà alla fine un paese membro dell’Ue, specialmente in queste circostanze, il risentimento dei cittadini non farà altro che aumentare, e il problema sarà tutto fuorché risolto. Lo capisco. E, nonostante questo, sto dicendo che l’Articolo 50 dovrebbe essere revocato” (interrompendo così il processo di divorzio attivato) .

Crook emette a questo punto una sentenza: “il processo della Brexit è, alla fine, collassato – e, in un futuro prevedibile, a partire da oggi, non potrà essere salvato. Almeno fino a nuova comunicazione, questo processo deve essere stralciato”.

E questo perchè non ha più senso che esista ancora.

La pantomina degli ultimi giorni riassume tutto alla perfezione. May che si precipita all’ultimo momento a Strasburgo per chiedere pietà al presidente della Commissione europea (Jean-Claude Juncker) che, cortesemente, dà al Regno Unito una seconda chance, così come afferma, di accettare le condizioni dell’Unione europea, dicendo contestualmente che nulla è cambiato e che non ci saranno più chiarimenti, visto che la sua pazienza è arrivata al limite. May che torna alla Camera dei Comuni, con voce tremante, presentando quasi gracchiando il motivo per cui il Parlamento dovrebbe approvare lo stesso accordo di divorzio (Withdrawal Agreement) che i parlamentari avevano bocciato qualche settimana prima, con una margine record. Nel guardare questo spettacolo disonorevole – confessa Crook – ho ripensato alla famosa frase di Oscar Wilde sulla morte della piccola Nell nella “Bottega dell’antiquario (The Old Curiosity Shop, 1841)”: “Bisognerebbe avere un cuore di pietra per non ridere”.

Crook ripercorre tutti gli errori che sono stati commessi in questo processo di divorzio, partendo dalla decisione dell’ex premier David Cameron, “il cui errore più grande è stato quello di indire un referendum senza sapere il rischio che stava correndo”, per arrivare all'”errore più grande di May, che ha ereditato quel diastro e che lo ha complicato, prima attivando l’Articolo 50 e fissando una data di uscita senza neanche avere la nozione più vaga di cosa fosse un piano sulla Brexit, poi permettendo al tempo di passare, mese dopo mese, senza prepararsi alla possibilità di una separazione astiosa senza accordo. Molti altri errori hanno fatto seguito, incluso quello di una tra le più incompetenti campagne elettorali della storia. Raramente May ha perso occasione di peggiorare le cose”.

“C’è tra l’altro qualcosa di quintessenziale nella premier Theresa May, che insiste sul fatto che un no-deal sia meglio di un cattivo accordo, mentre tutti concordano sul fatto che stia bluffando. Di conseguenza il suo appello non riesce ad avere presa, mentre il paese finisce per trovarsi in questa posizione, in cui un’uscita senza accordo, dunque quel no-deal che alla fine teme e per cui non si è preparata potrebbe accadere per errore. Praticamente, è come  puntare la pistola alla propria tempia chiedendo concessioni e, mentre tutti ridono. premere per sbaglio il grilletto”.

Crook parla di “un catalogo di errori che ha portato il paese a questa impasse”.

In questa situazione, ciò che bisogna fare è evitare di commettere errori ancora più grandi. E questi potrebbero essere commessi proprio con l’estensione dell’Articolo 50.

Certo, “un rinvio breve (della Brexit) sarebbe meglio di una Hard Brexit, ma non risolverebbe nulla, come May ha fatto notare con voce roca all’inizio di questa settimana. Intanto, non ci sarebbe il tempo di prepararsi alla prospettiva -che rimarrebbe -di un no deal Brexit. Inoltre, anche se l’Unione europea fosse disposta a rivedere l’accordo sul divorzio, cosa che insiste di non voler assolutamente fare, un qualsiasi accordo negoziato in queste circostanze si concluderebbe con un risultato che perfino un Brexiteer ammetterebbe essere inferiore all’opzione Remain: ovvero, un accordo che renderebbe il Regno Unito una colonia di fatto della periferia Ue, con benefici economici inferiori rispetto a quelli di cui il paese gode ora, e con una minore, e non superiore, autonomia politica”.  Insomma, “un rinvio breve non farebbe altro che prolungare l’agonia”.

Un rinvio più lungo della Brexit? Neanche questa opzione per Crook funzionerebbe. Certo, la richiesta di un’estensione dell’Articolo 50 più lunga, con l’obiettivo specifico di indire un secondo referendum e/o il ritorno alle urne, è molto più attraente come opzione, in quanto darebbe tempo per riflettere. C’è da dire, inoltre che, a un certo punto, la decisione di procedere con la Brexit o cancellarla del tutto dovrebbe godere del sostegno del popolo. Nonostante ciò, questo approccio potrebbe presentare alcuni rischi letali.

Secondo Crook, infatti, il rischio di una no-deal Brexit ci sarebbe ancora: e ciò lascerebbe il Regno “nella stessa morsa negoziale in cui si trova ora. In secondo luogo, l’Unione europea dovrebbe dare la sua approvazione. E più lunga sarà l’estensione richiesta, più probabilmente la risposta sarà no. In ogni caso, sarà l’Ue a stabilire le condizioni: e, così come nel caso del backstop, queste ridurrebbero alla fine le opzioni del Regno Unito e il suo potere nei negoziati. Terzo aspetto, il risultato di un secondo referendum non dovrebbe essere dato per scontato mentre, anche se è difficile crederlo, le elezioni generali potrebbero portare alla creazione di un governo ancora più inetto di quello di May”.

Dunque?

“L’unica soluzione che rimane e che è molto poco invitante è revocare l’Articolo 50 unilateralmente, nei tempi in cui (il Regno Unito) possa ancora farlo. Che sia con o senza un secondo referendum, il paese deve liberarsi dal giogo europeo e l’unica sperarla di riuscire a farlo è rimanere, almeno fino a nuova comunicazione, nell’Unione europea. Credetemi, vedo il paradosso, e non mi dà alcuna gioia”.

vale la pena ricordare cosa ha detto qualche settimana fa il ministro degli Affari europei Paolo Savona, parlando proprio di Brexit.

Savona ha detto che “i comportamenti della Ue sono stati tali che hanno messo in piedi un ‘deal’. E aveva tuonato: “Vedete cosa vi succede se volete uscire? E’ stato costruito un meccanismo infernale. Aggiungendo: “Prendetelo come un mio giudizio personale”.