L’economia globale sta lentamente guarendo ma non mancano gli esami in vista per le Banche Centrali

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Di seguito pubblichiamo un commento di mercato di Philipp Hildebrand. L’attuale Vice Presidente di BlackRock, nonché ex Presidente della Banca Nazionale Svizzera, nel suo approfondimento prende in esame le sfide future delle Banche Centrali. Tutti i principali istituti centrali del globo sono infatti chiamati ad affrontare enormi sfide per continuare a sostenere il recupero dell’economia. Senza contare che le misure non convenzionali messe in atto negli ultimi hanno inevitabilmente offuscato i confini tra politica monetaria e fiscale, con l’inevitabile rischio per queste ultime di diventare sempre più politicizzate.

L’economia globale sta lentamente guarendo dal trauma della crisi finanziaria del 2007-08, ma saranno le Banche Centrali di tutti i principali mercati sviluppati che dovranno continuare ad affrontare enormi sfide per continuare a sostenere il recupero dell’economia, anche attraverso misure di lungo periodo in grado di costruire solide difese per prevenire crisi future, garantendo la loro indipendenza necessaria per salvaguardare la stabilità dei prezzi.

In risposta alla crisi, le Banche Centrali hanno prontamente tagliato i tassi di interesse a breve termine intraprendendo una serie di politiche “straordinarie” per sostenere le rispettive economie. Questi interventi hanno avuto un ruolo fondamentale per allontanare lo spettro di una seconda Grande Depressione, che a un certo punto sembrava un pericolo molto reale. 

Ma se da un lato è doveroso riconoscere questi successi, dall’altro bisogna tenere bene a mente che nessuna delle principali economie mondiali è ancora tornata a crescere in maniera stabile e autosufficiente. 

Nell’Eurozona, la Banca Centrale Europea (BCE) si è dovuta muovere in un contesto caratterizzato dalla crisi del debito sovrano e dai timori del mercato di una possibile disintegrazione dell’unione monetaria. Tuttavia, se da un lato le sue operazioni monetarie (OMT) sono state efficaci nello stabilizzare i mercati finanziari, dall’altro rimangono ancora da risolvere alcune sfide fondamentali. L’inflazione si mantiene al di sotto del 2% e, probabilmente, sarà destinata a calare ulteriormente alla luce delle prospettive di domanda anemica.

Gli Stati Uniti sono probabilmente più vicini al punto in cui si renderanno meno necessari ulteriori stimoli monetari, dal momento che la loro economia appare in grado di poter sostenere una crescita autosufficiente. Ma questo comporterà ulteriori sfide. Per esempio ci si domanda in che modo i mercati finanziari reagiranno al progressivo rallentamento degli acquisti da parte della Fed dei Treasury americani.

Infine la Bank of Japan (BoJ) è attualmente impegnata in un radicale tentativo di cambiamento, con l’obiettivo di attuare politiche monetarie volte a portare il Paese in uno scenario di bassa ma positiva inflazione.

Tuttavia ci sembra che le critiche mosse nei suoi confronti di attuare “azioni di guerra sulla valuta” non siano giustificate.

L’attenzione del BoJ è focalizzata sull’ottenimento del suo obiettivo nazionale, ovvero raggiungere la stabilità dei prezzi prefissata del 2%, un cambiamento che ha chiaramente impressionato il mercato ma che non rappresenta certamente un’anomalia nello scenario internazionale. Tuttavia, l’attuale euforia e volatilità del mercato non deve sottovalutare la portata della sfida lanciata dalla Banca Centrale Giapponese. 

Dopo un così lungo periodo di prezzi fermi o in discesa, gli stimoli per superare questa fase di deflazione sono tutt’altro che semplici. Questa sfida assume una dimensione ancora più importante se si tiene in considerazione la quasi totale mancanza di “esperienza di inflazione” in Giappone; basti pensare infatti che anche durante la seconda metà degli anni 1980, quando la crescita media del PIL era di oltre il 5%, l’inflazione in Giappone cresceva ad un ritmo di poco superiore all’1%.

Come abbiamo fin qui visto è dunque lecito affermare che i responsabili della politica monetaria dovranno ancora affrontare notevoli, seppur diversi, ostacoli per permettere alle proprie economie di tornare a crescere in maniera stabile colmando, in alcuni casi, anche alcune lacune politiche.

Primo: troppe banche, soprattutto in Europa, sono ancora oggi sottocapitalizzate. Senza un sistema bancario robusto e sano non ci può essere una crescita stabile. L’incapacità dei politici di risolvere questo problema rimane una preoccupazione importante e una fonte di vulnerabilità per l’intera economia globale.

Secondo: le misure non convenzionali messe in atto negli ultimi anni dalle Banche Centrali hanno inevitabilmente offuscato i confini tra politica monetaria e fiscale, con l’inevitabile rischio per queste ultime di diventare sempre più politicizzate.

Terzo: Questo scenario di interferenze tra politica monetaria e fiscale è destinato ad intensificarsi nei prossimi mesi. Per questo sarà fondamentale che le Banche Centrali salvaguardino la propria indipendenza, così duramente conquistata negli anni precedenti la crisi.

Questo sarà il modo migliore per preservare la stabilità dei prezzi, che rappresenta il più grande contributo che le Banche Centrali possono dare alla salute economica e finanziaria negli anni a venire.