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Economia cinese mette il freno. C’è qualcuno che teme fine miracolo Cina

“E’ improbabile che l’economia cinese torni a sperimentare un recupero simile a quello delle espansioni dei cicli precedenti”, ha commentato al Guardian Tom Rafferty, economista esperto di Cina presso l’Economist …

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La crescita dell’economia cinese rallenta al minimo in ben 28 anni, dal 1990, e l’outlook – viste le tensioni commerciali in corso con gli Stati Uniti nonostante il periodo di tregua da 90 giorni stabilito al G20 di dicembre – rimane molto incerto.

Dai dati ufficiali diramati da Pechino, risulta che il Pil è salito l’anno scorso al ritmo del 6,6% su base annua, in linea con le previsioni, ma in rallentamento rispetto al 2017, quando l’espansione era stata pari a +6,8%. La frenata è evidente nel quarto trimestre del 2018, con il tasso di crescita che si è ridotto ulteriormente al 6,4%, dal 6,5% del terzo trimestre, in linea comunque, anche in questo caso, con le attese.

“I dati confermano un periodo denso di sfide per l’economia cinese, dove la debolezza è presente in diversi settori”, ha commentato al Guardian Tom Rafferty, economista esperto di Cina presso l’Economist Intelligence Unit.

Rafferty ritiene tra l’altro che gli stimoli che Pechino lancerà, al fine di rinvigorire il tasso di crescita, si confermeranno fragili, in un contesto in cui le tensioni commerciali sono destinate a proseguire. Il gruppo prevede così un ulteriore rallentamento del Pil, al tasso di crescita del 6,3%, nel 2019, e un altro indebolimento anche nel 2020.

“E’ improbabile che l’economia cinese torni a sperimentare un recupero simile a quello delle espansioni dei cicli precedenti“, ha detto l’economista.

Cautela sull’espansione cinese anche da parte degli analisti di ING, che fanno notare come la Cina sia riuscita a sopravvivere, ma che intravedono anche poche luci andando in avanti. Questo, sempre per la spada di Damocle della guerra commerciale che, secondo gli esperti, è destinata ad andare avanti.

“Sebbene ci siano alcuni segnali di speranza che arrivano dalle trattative commerciali tra gli Usa e la Cina, riteniamo che entrambe le controparti troveranno un accordo solo su alcune questioni standard, mentre su quelle più importanti, che riguardano la proprietà intellettuale e il trasferimento di tecnologie, sarà molto più difficile giungere a una intesa”.

ING prevede di conseguenza che, entro la data del (1° marzo del 2019, quella in cui scadrà il periodo di tregua fissato per 90 giorni) è possibile che ci saranno solo accordi sul commercio, e non sulla tecnologia”.

“In questo caso,  sempre più economie di paesi avanzati, ma anche economie emergenti, cercheranno di vietare l’utilizzo di prodotti e componenti elettronici made in China. Ciò danneggerà la produzione nel settore dell’elettronica, facendo scendere di conseguenza i prezzi. Le società produttrici – continua la nota di ING – faranno fronte al rischio crescente di chiudere i battenti e di fare default sui debiti. Per evitare questo scenario, il governo cinese dovrà permettere a tali aziende di emettere obbligazioni nel mercato dei capitali o ricorrere alle banche, al fine di rimborsare i debiti per sopravvivere. A quel punto i livelli dei debiti saliranno”.

“Il nostro scenario di base – si legge nella nota di ING – è che la guerra commerciale continuerà nel 2019. Il Pil crescerà del 6,3%, con uno stimolo fiscale previsto a 4 trilioni di yuan e altri tre tagli alle riserve RRR che sosterranno l’economia, in termini di finanziamenti e liquidità (e la banca centrale People’s Bank of China si è già data da fare con iniezioni di liquidità a livelli record). Crediamo che il cambio dollaro-yuan si attesterà a 7,30 entro la fine del 2019″.

“Ma tutte queste previsioni dipenderanno dal progresso delle trattative commerciali. Se la Cina e gli Stati Uniti riusciranno a trovare un accordo non solo sui prodotti commerciali ma anche sulle questioni tecnologiche, le politiche cinesi cambieranno. La Cina non avrà più bisogno di uno stimolo fiscale di quella portata, e potrebbero esserci anche tagli alle riserve minori. Fattore molto importante, è che il cambio dollaro-yuan non si deprezzi rispetto al 2018, e noi crediamo anzi che potrebbe apprezzarsi anche fino a 6,50 nel caso in cui ci fossero miglioramenti” più marcati rispetto a quelli intravisti nello scenario di base.

“Ma, per il momento – conclude la nota – visto che non stimiamo un’alta probabilità che ci siamo miglioramenti significativi nelle trattative commerciali, specialmente sulle questioni tecnologiche, manteniamo invariato il nostro scenario”, per l’economia cinese.