L'economia cinese e gli effetti sull'offerta globale

Inviato da Redazione il Mar, 11/04/2006 - 11:07
Nessuno può negare l'esistenza delle problematiche internazionali connesse ai Bric ( Brasile, Russia, India e Cina) e il loro impatto sul commercio internazionale, l'offerta globale e la crescita del Pil. La maggior parte dell'incremento sperimentato dal commercio globale negli ultimi dieci anni, deve essere ascritta all'aumento delle attività produttive verificatosi in questi paesi. E' probabile che la Cina rappresenti il case study più interessante degli ultimi quindici anni. Nel 1990, il gigante asiatico assorbiva l'1,2% del commercio internazionale. Nel 2004, la quota cinese era salita fino al 7%, e il paese si è trasformato nel secondo più grande esportatore dell'area del Pacifico (dietro al Giappone). Keith Wade, chief economist di Schroders Investments, sostiene che il trend in atto sia uno dei principali responsabili della frenata dell'inflazione. L'esperto sottolinea che l'attuale dinamica del costo del lavoro nei principali paesi Emergenti rappresenta la causa principale del processo di delocalizzazione delle attività produttive voluto dal management delle aziende statunitensi ed europee. Wade si domanda quanto possa durare il global supply shock. L'esperto stima che l'inserimento nel mercato internazionale del lavoro di un miliardo di nuovi lavoratori localizzati nelle economie dei Bric, produrrà una continua alimentazione del trend in essere. Nel 1950, il costo del lavoro europeo era simile a quello esistente nelle economie asiatiche. Questi rapporti crearono le condizioni necessarie a sostenere la crescita economica europea e giapponese per un periodo di tempo molto lungo (1945- 1975). Wade sostiene che il basso costo del lavoro in Europa e Giappone sia stata la variabile che ha alimentato questa lunga fase di economic growth. Secondo l'esperto, l'effetto 'low cost' trova conferma nel sensibile miglioramento degli standard di vita e nel break up di Bretton Woods - che provocò un apprezzamento delle valute domestiche di Europa e Giappone. La forbice tra Usa ed Europa - almeno per i salari del settore manifatturiero - si è chiusa nell'arco di 30 anni. Wade afferma che la storia potrebbe ripetersi per il settore manifatturiero cinese. Il + 30% registrato dai salari cinesi negli ultimi cinque anni, non ha prodotto un impatto rilevante sui differenti costi di produzione sostenuti dai due paesi. L'incremento del costo del lavoro cinese è stato frenato dall'incremento dell'offerta di lavoratori provenienti dalle aree rurali del paese ( ricordiamo che la metà della forza lavoro cinese è impegnata in attività agricole). I flussi migratori interni potrebbero sostenere gli attuali livelli di migrazione urbana per altri 14 anni. La prima implicazione del trend potrebbe essere l'incremento esponenziale della quota mondiale occupata dalla Cina nel settore manifatturiero (che potrebbe passare dall'8% al 20% entro il 2030). Nello stesso periodo, il collasso dei prezzi delle manifatture provocherà una crisi di questo settore negli Usa e in alcuni paesi dell'Eurozona. Quali possono essere le implicazioni di questo trend sull'economia globale? Wade si aspetta ulteriori pressioni su salari e prezzi del settore manifatturiero nelle economie dei paesi Oecd, con il conseguente mantenimento delle attuali condizioni di mercato (inflazione bassa, tassi di interesse bassi e forti flussi di liquidità). Inoltre, Wade sostiene che la domanda di beni proveniente dai Bric, dovrebbe garantire il binomio 'crescita economica elevata- bassa inflazione'. A livello settoriale, le società dell'energia (favorite dall'aumento della domanda di commodities) e quelle attive nella realizzazione di infrastrutture (favorite dall'incremento degli investimenti auspicabile nei paesi Emergenti) dovrebbero essere i primi beneficiari di questo environment. La dinamica demografica cinese potrebbe avvantaggiare le società attive nei settori: healthcare, financials e travel. L'esperto di Schroders precisa che l'aumento del peso cinese nel settore manifatturiero non si tradurrà in vantaggi diretti per il mercato azionario domestico. Wade afferma che i veri vincitori di questa nuova era saranno le 'platform companies': Dell e Apple, per esempio, e tutte le società che riescono ad usufruire del basso costo della manodopera nei paesi asiatici e, contemporaneamente, a mantenere elevato il prezzo dei propri prodotti sui mercati ricchi in virtù di un accurato lavoro di ricerca o cura del design. A cura di www.fondionline.it
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