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Da Ecofin ok a piano NPL: bad bank nazionali e super Bce che potrà imporre nuovi cuscinetti capitale

Il piano è sicuramente meno ambizioso rispetto a quanto aveva auspicato l’Autorità Bancaria europea, l’EBA, ovvero la creazione di una bad bank europea.

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Il piano è sicuramente meno ambizioso rispetto a quanto aveva auspicato l’Autorità Bancaria europea, l’EBA, ovvero la creazione di una bad bank europea.

Nella riunione dell’Ecofin che si è svolta a Bruxelles, i ministri delle finanze hanno comunque recepito il “piano di azione” proposto dalla Commissione europea, frutto di un “giusto equilibrio tra l’azione nazionale ed europea”, come annunciato da Valdis Dombrovskis, numero due dell’esecutivo comunitario: approvando, di fatto,  una road map per risolvere la questione dei crediti deteriorati delle banche, che affligge tuttora l’Europa.

Gli NPL incidono sil Pil europeo per il 6,7% –  un valore di 1000 miliardi di euro circa –  e la loro presenza è disomogenea tra i vari paesi, con un’incidenza sul totale dei crediti inferiore all’1% nei casi di Lussemburgo e Svezia, che balza al 46% nei casi più allarmanti. E  l’Italia, insieme alla Grecia e Cipro, fa parte della categoria delle ultime della classe.

Progressi nello smobilizzo di tali asset tossici sono stati fatti ma, come ha detto lo stesso Dombrovskis, “è necessario accelerare” il passo.

Ora, con l’ok dell’Ecofin al piano della Commissione, nasce una strategia che si tradurrà nel conferimento di ulteriori poteri alle autorità di supervisione, per “incoraggiare attivamente le banche ad affrontare il problema”.

Rafforzato l’ampio raggio di azione della Bce, che potrà costringere le banche ad aumentare ulteriormente i cuscinetti di capitale, a fronte degli NPL esistenti. Agli istituti di credito potrà essere anche imposto di accantonare automaticamente più capitale per ‘coprire’ nuovi prestiti erogati, nel caso in cui si tema che il livello dei crediti deteriorati possa balzare oltre le soglie considerate accettabili.

Ma le banche non hanno nascosto i timori su nuove regole stringenti da parte delle autorità, dopo anni in cui sono state già costrette, al fine di rispettare determinati parametri patrimoniali, a lanciare operazioni di aumenti di capitale o avviare in ogni caso significativi processi di ricapitalizzazione. Tanto che, come si legge nel comunicato che è stato diramato dall’AFME, gruppo di lobby finanziario, “le autorità di supervisione hanno già poteri ad ampio raggio per affrontare i problemi percepiti nelle banche su cui vigilano”. E, secondo l’AFME, non ci sarebbe nessuna necessità di incrementare tali poteri.

Ma come si articolerebbe il piano per gestire il nodo dei crediti deteriorati? Quattro sono gli assi portanti della strategia: un rafforzamento, per l’appunto, della supervisione bancaria; la creazione di un mercato secondario per gli NPL; un corpus legislativo che armonizzi le leggi nazionali sui fallimenti; lancio di iniziative per ristrutturare il mercato creditizio.

I ministri delle finanze dell’Ecofin, riguardo alla necessità di sviluppare un mercato secondario per gli NPL hanno affermato che finora, vista l’assenza di una piattaforma di scambio efficiente, le banche hanno avuto pochi incentivi a liberarsi dei loro crediti non performanti.

Basta ricordare che, lo scorso anno, sono stati venduti soltanto 80 miliardi di euro di NPL. Inoltre, nella maggioranza dei casi, tali crediti inesigibili vengono svenduti, a danno delle banche che si ritrovano con enormi buchi di bilancio, visto che riescono a recuperare solo una cifra irrisoria.

Per gestire lo smobilizzo nel modo più efficiente, i ministri delle finanze hanno concordato nella riunione dell’Ecofin sulla necessità di dar vita a società di gestione degli asset nazionali, le cosiddette AMC (asset managament companies). Alcune di esse, ricorda Reuters, vennero create in Spagna e Irlanda durante la crisi finanziaria del 2008-2012, e acquistarono NPL per un valore pari al 50% circa di quello nominale. Sarebbero queste società le bad bank nazionali che gestirebbero il flusso di NPL, accollandosi gli asset non performanti degli istituti del paese.

Il piano conferma come l’idea della “bad bank europea”, dunque comune, sia stata affossata. E questo anche perchè paesi con banche in condizioni di salute migliori, come la Germania, non hanno alcun interesse a utilizzare i soldi dei contribuenti per aiutare gli istituti più invischiati nel problema dei crediti deteriorati, che si trovano soprattutto nel Sud Europa.

Dal canto suo Elke Konig, numero uno dell’SRB – Single Resolution Board – ha chiesto di “rivedere gli aiuti Stato nelle liquidazioni”, nel corso dell’audizione alla Commissione economica del Parlamento europeo, in cui ha presentato la relazione sull’attività dell’organismo che presiede. E ha anche difeso l’operato della SRB nella gestione della crisi delle banche venete, affermando che la direttiva sulle risoluzioni bancarie BRRD è stata rispettata.