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E se tutti fossero liberi di emigrare?

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Come incrementare il Pil mondiale di 78 mila miliardi di dollari? Facile, basterebbe liberalizzare i movimenti delle persone. In un momento in cui a trionfare sono la Brexit e Trump, risulta particolarmente provocatorio trattare il fenomeno migratorio in questi termini.

Del resto, si tratta di una pura speculazione giornalistica del settimanale The Economist che, tramite una serie di articoli intitolata “The World if” (“Il mondo se”), dipinge scenari ipotetici (e provocatori) sul futuro del mondo: se Trump riuscisse ad ottenere un secondo mandato, se gli Stati potessero commerciare il territorio o se l’Impero Ottomano non fosse mai crollato, sono solo alcuni temi trattati nella collana. Nel nostro caso si tratta di capire come sarebbe il mondo se i confini politici venissero aboliti.

Il pezzo parte dall’assunto che la produttività dei lavoratori va di pari passo con il luogo in cui il lavoro viene svolto. “Quelli abituati a lavorare la terra con una zappa di legno, (una volta emigrati, ndr) iniziano ad utilizzare i trattori. Quelli che una volta realizzavano mattoni di fango a mano, iniziano a lavorare con gru e scavatori meccanici”. Un lavoratore messicano che migra negli Stati Uniti può puntare a guadagnare il 150% in più. Nigeriani senza competenze il 1000% in più.

“Far stare nigeriani in Nigeria è una scelta economicamente senza senso al pari di realizzare coltivazioni in Antartide”, rilevano Bryan Caplan e Vipul Naik nel loro “Un caso radicale di apertura delle frontiere”. E, al di là dei benefici economici, ce ne sono altri, visto che un nigeriano negli Stati Uniti “non può essere ridotto in schiavitù dagli islamisti di Boko Haram”.

A questo punto una domanda sorge spontanea: ma quante persone si muoverebbero realmente? Secondo stime della società Gallup, nel 2013 l’abbattimento delle frontiere avrebbe spinto circa 630 milioni di persone a cambiare Paese in maniera definitiva. Di queste, 138 milioni si sarebbero dirette negli Stati Uniti, 42 milioni in Gran Bretagna e 29 milioni in Arabia Saudita.

A sostegno delle tesi anti-invasione, l’articolo cita l’esempio della popolazione greca che nonostante la crisi, un salario atteso doppio e la possibilità di muoversi liberamente, negli ultimi anni non si è trasferita in massa in Germania (solo 150 mila hanno fatto il grande passo). Però, va rimarcato, che “il gap tra le nazioni ricche e povere a livello globale è molto più ampio di quello tra gli Stati europei […], molte sono violente e povere, o hanno forme di governo oppressive”.

Su questa base l’articolo ipotizza che i numeri Gallup potrebbero essere troppo bassi e che un dato più rispondente alla realtà potrebbe attestarsi a circa 1 miliardo di persone. Si tratta di un flusso di persone che potrebbero trasformare i Paesi ricchi in una maniera che al momento non è prevedibile.

Ovviamente i cittadini dei Paesi ricchi si opporrebbero in ragione del timore di un escalation del crimine (e del terrorismo), di salari più bassi, di sforzi insostenibili a carico del sistema sociale, di sovraffollamento o di perdite culturali. “Ma in America i nati all’estero hanno una percentuale di finire in carcere che è pari un quinto di quella dei nativi. In alcune nazioni europee, come ad esempio la Svezia, è più probabile che i migranti si caccino nei guai rispetto ai locali in gran parte perché si tratta di giovani e di uomini” (le due categorie che generalmente sono più inclini a violare la legge).

Nonostante studi confermino che le migrazioni tendono a ridurre il terrorismo perché favoriscono la crescita dell’economia, e gli Stati Uniti sono lì a testimoniarlo, va rilevato che “i nuovi arrivati da nazioni non liberali potrebbero portare con sé abitudini non desiderate, come corruzione politica o intolleranze verso gli omossessuali e se ne dovessero arrivare abbastanza potrebbero votare un governo islamista o uno che promette di alzare le tasse per i nativi a vantaggio dei nuovi arrivati”. La soluzione, suggerisce la testata britannica, potrebbe essere quella di non concedere il diritto di voto per 5, 10 anni o anche per sempre.

“Potrebbe sembrare un provvedimento duro, ma sempre meglio di non farli entrare”. Inoltre ai nuovi arrivati potrebbero essere imposte tasse extra o ristretti i criteri per l’accesso al welfare. “Si tratta di misure che potrebbero essere utilizzate per controllare il flusso di migranti in arrivo”.

Ovviamente quelle citate rappresentano misure “terribilmente discriminatorie” ma, per i migranti, “sono sempre meglio dello status quo, che li esclude dai mercati del lavoro dei Paesi ricchi a meno di pagare decine di migliaia di dollari a trafficanti di esseri umani per lavorare nell’ombra ed essere soggetti a deportazioni”. “Oggi, migliaia di migranti lavorano nel Golfo, dove non godono di nessun diritto politico. Nonostante questo, continuano ad arrivare. Nessuno li costringe”.

Un abitante dei Paesi ricchi, anche se disinteressato al benessere degli stranieri, dovrebbe pensare che c’è in ballo una torta di migliaia di miliardi di dollari. La domanda che dovrebbe farsi è come ottenere una fetta senza pagare un prezzo troppo alto.