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E’ il giorno della Fed. VIX, azioni e Treasuries: chi sta anticipando i mercati?

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Mercati azionari incerti, in attesa delle indicazioni che arriveranno dalla Fed nella giornata di oggi.

Atteso per le 20 ora italiana l’annuncio dei tassi che, secondo gli analisti, saranno lasciati fermi al range compreso tra lo 0,75% e l’1%, dopo la stretta monetaria di metà marzo. Gli investitori cercheranno di carpire eventuali indicazioni su quelle che potrebbero essere le prossime manovre di politica monetaria dell’istituto e, anche, sul modo in cui la Fed intende gestire quei 4,5 trilioni di bond che appesantiscono il suo bilancio.

Investitori sull’attenti, consapevoli di alcuni fattori che invitano alla cautela.

Osservato speciale è il VIX, l’indice della paura, esattamente il CBOE Volatility Index, che nella sessione di ieri ha testato il minimo in dieci anni, scendendo a 10,11 e scivolando durante le contrattazioni anche sotto la soglia di 10 punti.

Parametro che misura le aspettative sulla volatilità a 30 giorni, l’indice è calcolato sulla base delle opzioni sullo S&P 500. Di norma, il suo trend è diametralmente opposto a quello dello S&P. Ai valori attuali, il VIX risulta decisamente lontano dalla sua media storica, pari a 20. Tale situazione è  confortante, in quanto indica che gli investitori non stanno facendo grandi scommesse su un crollo imminente dei corsi azionari. Detto questo, intervistato da Marketwatch Nicholas Colas, responsabile strategist dei mercati per la società newyorchese di brokeraggio Convergex, afferma che lo scenario attuale non promette bene neanche per i rialzisti. Storicamente, spiega, un calo del Vix al di sotto di10 punti è correlato infatti a una pausa di un anno nei ritorni dello S&P 500″.

C’è poi un altro fattore che innervosisce i trader: è la strana correlazione che si manifestando tra i prezzi dei bond e delle azioni, che stanno puntando entrambi verso l’altro.

Fenomeno che merita di essere monitorato, in quanto di norma gli asset considerati rischiosi, come i titoli azionari, non dovrebbero salire nello stesso momento in cui i buy interessano anche i cosiddetti asset rifugio, in questo caso i Treasuries.

Eppure è esattamente quanto sta accadendo, con i tassi decennali sui Treasuries Usa (oggi in rialzo), che offrono un rendimento del 2,29%, vicino al minimo recente del 2,17% testato lo scorso 18 aprile, in base ai dati di FactSet. E ciò significa che, oltre a fare incetta di azioni, gli investitori continuano a posizionarsi sui titoli di Stato Usa, zavorrando così i rendimenti.

Tra l’altro, questo trend si sta manifestando proprio nel momento in cui la Fed sta andando avanti nel suo processo di normalizzazione dei tassi di interesse, che dovrebbe piuttosto scatenare un aumento dei rendimenti. 

Cosa significa tutto ciò?

La performance ribassista dei rendimenti dei Treasuries potrebbe indicare che chi investe in bond continua a essere pessimista sull’outlook dell’economia Usa o è ansioso riguardo alle tensioni geopolitiche. E’ anche possibile che i trader stiano scontando contestualmente entrambi i timori.

Certo è che, come sottolinea Boris Schlossberg, managing director presso BK Asset Management, “finora questi movimenti sembrano andare contro il buon senso”.

A suo avviso, il trend dell’azionario potrebbe suggerire che gli investitori non hanno ancora scontato del tutto l’annuncio del bazooka fiscale da parte del presidente Trump e che sperano ancora in qualche sorpresa che possa giustificare gli acquisti. Ma allo stesso tempo, se l’azionario crede in Trump, non altrettanto si può dire del mercato dei Treasuries, che non nutre più particolari aspettative: sicuramente non come alla fine dell’anno scorso, quando le speculazioni sull’arrivo di imponenti tagli alle tasse portarono i tassi sui Treasuries a 10 anni a balzare fino al 2,62% a metà dicembre.

Guardando all’estate, Jeffrey Gundlach, amministratore delegato di DoubleLine, ritiene comunque che i tassi di interesse torneranno a salire, mentre le azioni scenderanno.

Un aumento dei tassi in estate, precisa, “sarà accompagnato da una correzione del mercato azionario”; anche perchè, continua, “credo che sia molto più probabile che i corsi azionari scendano quando i rendimenti salgono”.

Il guru crede per ora più alle indicazioni che arrivano dal mercato azionario che a quelle dell’obbligazionario. “Non c’è in vista alcuna recessione e il Pil del secondo trimestre di norma tende a rimbalzare”. Di conseguenza, secondo Gundlach “il Nasdaq ha avuto molta più ragione riguardo all’economia, rispetto ai Treasuries a 10 anni che, credo, siano saliti più sulla scia di motivi tecnici”.

Il riferimento è sia al trend del Pil Usa del primo trimestre, che ha segnato il rialzo più basso degli ultimi tre anni – salendo dello 0,7% su base annua -, che al nuovo record di chiusura segnato dal Nasdaq Composite alla fine della sessione di ieri.

Riguardo alla correzione dell’azionario, questa si verifica quando l’indice benchmark – in questo caso lo S&P – cede più del 10% dai massimi recenti. E ciò non accade dal febbraio del 2016.

Oggi Wall Street è preda della debolezza, in attesa degli annunci e del comunicato della Fed, da cui dovrebbero emergere quante altre strette monetarie Yellen & Co si apprestano a varare nel corso di quest’anno.  E, anche, le indicazioni su quei $4,5 trilioni di bond.