Draghi snobba appello Weidmann per fine QE. Assist ai ribassisti sull’euro

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Alla fine, per fare chiarezza su eventuali cambiamenti alla politica monetaria della Bce, scende in campo lo stesso Mario Draghi. Il numero uno della Banca centrale europea parla da Francoforte, in occasione di una conferenza che è stata organizzata dal Center for Financial Studies. La conferenza “Calibrating unconventional monetary policy” vede sul palco anche altri esponenti di rilievo della Bce, come il membro del Consiglio direttivo Peter Praet, che conferma la view di Draghi. Una view nuovamente osteggiata da Jens Weidmann, numero uno della Bundesbank e anch’egli membro del Consiglio della Bce, che ha invocato nelle ultime ore la fine degli stimoli monetari lanciati da Draghi negli ultimi anni per restituire linfa vitale all’economia e all’inflazione dell’Eurozona.

Le parole di Draghi sono parole “dovish”, ovvero da “colomba” ed evidentemente vogliono far rientrare quelle speculazioni di mercato, secondo cui la Bce potrebbe decidere di alzare i tassi prima della fine del piano di Quantitative easing, e addirittura entro il dicembre di quest’anno. Le speculazioni, in realtà, si erano già smorzate dopo la pubblicazione di un report esclusivo della Bce, che segnalava come l’istituto centrale fosse rimasto particolarmente colpito – e preoccupato – per le scommesse sull’arrivo imminente di strette monetarie. 

Draghi afferma invece che la politica monetaria della Bce rimane appropriata, e che non esiste alcuna necessità di deviare dal piano QE (il cui valore, a partire da questo mese, è stato comunque ridotto da 80 miliardi al mese a 60 miliardi). 

“Visto che considera l’attuale politica del tutto appropriata, il Consiglio direttivo ha confermato nel suo ultimo meeting che gli acquisti netti di asset (attraverso il QE) continueranno fino alla fine del mese di dicembre del 2017, e oltre, se necessario, e in ogni caso fino a quando non assisteremo a un aggiustamento sostenibile nel trend dell’inflazione, che sia in linea con i nostri target. (Il Consiglio direttivo) ha anche confermato che i tassi chiave della Bce rimarranno ai livelli presenti o più bassi, per un periodo esteso di tempo, e ben oltre l’orizzonte dei nostri acquisti di asset”.

Con queste parole il banchiere mette a tacere chi aveva ipotizzato un rialzo dei tassi di interesse anche prima della fine del piano di Quantitative easing. Ancora, Draghi sottolinea che non c’è alcuna necessità di deviare dalla politica dei tassi. E precisa che la politica monetaria non è più determinata soltanto dallo strumento dei tassi:

“E’ determinata attraverso una calibrazione di, e attraverso una interazione, tra una vasta gamma di strumenti che abbiamo introdotto: il livello dei tassi, la velocità con cui si procede all’acquisto di asset, e la nostra forward guidance su entrambi. E’ la combinazione di tutti questi strumenti che definisce la nostra politica. I diversi fattori hanno effetti complementari, nel preservare condizioni molto accomodanti di accesso ai finanziamenti, necessari per generare una convergenza sull’inflazione che sia sostenibile”.

L’euro sconta le parole ‘accomodanti’ del numero uno della Bce, e scende al minimo in tre settimane, attorno a $1,0640. 

A dispetto di Weidmann, Mario Draghi è insomma per il mantenimento dello status quo. La cautela lo invita ad affermare che l’istituto dovrebbe avere “una fiducia sufficiente”, tale da poter avallare un cambiamento nella sua strategia.

“Siamo fiduciosi sul fatto che la nostra politica stia funzionando e che l’outlook dell’economia stia migliorando in modo graduale. Ma nonostante ciò, non ci sono ancora prove sufficienti che possano avallare modifiche alla nostra valutazione sull’outlook dell’inflazione, condizionata dal forte livello di politica monetaria accomodante. Di conseguenza, una rivalutazione dell’attuale politica monetaria non è giustificata, in questo momento”. 

Le dichiarazioni di Draghi sono praticamente opposte a quanto auspicato da Jens Weidmann, che in una intervista rilasciata al quotidiano tedesco Die Zeit aveva affermato:

“A mio avviso, il momento in cui il piede non può essere più lasciato sul pedale dell’acceleratore, ma deve sollevarsi in modo lieve, si sta avvicinando”, anche perchè “la ripresa economica dell’Eurozona è robusta, e continuerà”, fattore che a suo avviso si tradurrà in un aumento delle pressioni inflazionistiche.

Diversi analisti appoggiano più la view di Draghi che di Weidmann. Intervistato dalla Cnbc, Paul Sheard, responsabile economista di S&P, ha detto di ritrovarsi “più dalla parte di Draghi”.

“Credo che dopo un periodo di bassa inflazione, debole crescita e in presenza di una disoccupazione relativamente alta nell’Eurozona…questo non sia il momento di premere il tasto exit”.