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Il Dpef non piace a Bruxelles e Washington

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Forse se l’aspettavano, forse no. Sicuramente le dichiarazioni arrivate dal Fondo monetario internazionale (Fmi) per bocca della portavoce, Olga Stankova, e dal commissario per gli Affari economici dell’Unione europea, Joaquin Almunia, contrastano con quelle di Romano Prodi e Tommaso Padoa Schioppa di giovedì scorso, dopo l’approvazione del Documento di programmazione economica e finanziaria per il 2008-2011.


Di svolta aveva parlato il presidente del Consiglio, per le risorse che sarebbero per la prima volta state liberate “in corso d’anno” anche grazie alla distribuzione del tesoretto fiscale da 6,5 miliardi di euro, mentre il ministro dell’Economia affermava che “avere i conti a posto significa essere ricchi”. Di “quadro meno favorevole per lo sviluppo dei conti pubblici” e di “sforzo che non permette di ottenere ciò di cui l’Italia ha bisogno non solo per mettere i conti pubblici su un terreno solido” hanno parlato le risposte arrivate rispettivamente da Bruxelles e Washington.

Nel Rapporto trimestrale sulla zona euro, rilasciato ieri dalla Commissione europea, oltre ai rilievi sul Dpef dal quale emergerebbe un quadro meno favorevole per la gestione delle finanze italiane, viene ricordata la necessità di ridurre di mezzo punto all’anno il rapporto deficit/pil per poter ottenere il risanamento dei conti pubblici e rispettare l’obiettivo di pareggio di bilancio per il 2010. A seguire una strada diversa da quella indicata da Bruxelles non è però solo l’Italia. Anche Francia, Grecia, Slovenia, Austria e Portogallo agirebbero “contro lo spirito e la lettera della parte preventiva del Patto di stabilità”, con la prima che, per bocca del primo ministro Francois Fillon ha già confermato l’intenzione di posticipare la data per il pareggio di bilancio al 2012 suscitando l’opposizione, tra le altre, di Germania e Spagna. In un tal quadro non possono essere graditi alla Commissione gli slittamenti previsti da Padoa Schioppa per i conti del Belpaese, con il rapporto deficit/pil atteso al 2,5% dal 2,3% nel 2007 e dal 2% al 2,2% nel 2008 e uno squilibrio strutturale di bilancio all’1,6% e all’1,8% rispettivamente quest’anno e il prossimo.


Senza interventi sulla spesa difficilmente l’Italia riuscirà a rispettare l’obiettivo posto per il 2010. Le preoccupazioni per l’Italia sono legate in particolare all’elevatissimo debito pubblico, il più alto dell’Unione e dunque il più esposto alle conseguenze di tassi di interesse in rialzo. La crescita europea appare forte, l’Italia segue con ritardo e si muove sul filo del rasoio con riguardo al rapporto deficit/pil. Basterebbe una piccola frenata per farlo tornare sopra il 3%. Ecco perché la Commissione ritiene necessario il proseguimento sulla strada delle riforme e invita a non abolire lo scalone (dal primo gennaio 2008 l’età minima per andare in pensione salirebbe automaticamente da 57 a 60 anni) o a cercare misure compensative e a ridurre il disavanzo pubblico per non allontanarsi dagli obiettivi concordati dall’Europa. Ad aggiungere peso sul debito del Paese potrebbe poi giungere un downgrade da parte delle case di rating internazionali. Per il momento una simile misura non appare probabile ma le agenzie tengono sotto stretta osservazione i conti della Penisola.