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Dopo Messina (Intesa) allarme FABI: banche italiane risanate e a saldo, prede facili di scalate

QUOTAZIONI Intesa SanpaoloUbi BancaBanco Bpm

Lando Maria Sileoni (FABI) : “Carlo Messina di Intesa ha detto che a 32-33 miliardi di euro il gruppo è a rischio scalata. Ha ragione, perché a quella quotazione varrebbe …

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Il sindacato dei bancari FABI lancia l’allarme sulle banche italiane: ormai valgono così poco in Borsa che scalarle non è sicuramente un problema. Piuttosto, per gli investitori stranieri, rilevarle sarebbe un vero affare, in quanto diversi istituti di credito italiani, ripulendo i loro bilanci attraverso lo smobilizzo dei crediti deteriorati, ora non solo sono a saldo ma anche risanati.

La FABI ricorda anche quanto detto qualche giorno fa da Carlo Messina, numero uno di Intesa SanPaolo. Messina aveva parlato di un rischio scalata sulla stessa Intesa SanPaolo, a causa del forte valore di capitalizzazione perso durante la recente tempesta finanziaria che ha colpito l’Italia:

“Quando si scende sotto un certo livello di capitalizzazione, che per Intesa potrebbe significare un calo al di sotto dei 30 miliardi, – aveva detto lo scorso 20 giugno, stando a quanto riportato dall’Ansa -, l’azienda è contendibile, perchè i nostri investitori sono internazionali”.

Commentando i forti sell off che si erano abbattuti sugli asset italiani nei giorni precedenti la formazione del governo M5S-Lega, Messina aveva aggiunto:

“Prima della risalita improvvisa dello spread e del crollo dei mercati, noi capitalizzavamo 53-54 miliardi, eravamo la terza banca d’Europa. Oggi siamo con un valore di Borsa con 43-44 miliardi, siamo la quinta banca d’Europa, e abbiamo perso 10 miliardi di euro nei valori di borsa, con una riduzione anche della nostra forza relativa in Europa”.

Nelle ultime ore la questione è stata ripresa dalla stessa FABI, che ha ricordato nel suo comunicato la dichiarazione di Messina, laddove il segretario Lando Maria Sileoni ha fatto notare:

“Carlo Messina di Intesa ha detto che a 32-33 miliardi di euro il gruppo è a rischio scalata. Ha ragione, perché a quella quotazione varrebbe solo il 60% del patrimonio. Ora Intesa fa utili e si è ripulita dalle sofferenze, ma a quel prezzo diventa preda e non predatore. A noi interessa salvaguardare i posti di lavoro di ogni istituto bancario”.

Così si legge nel comunicato stampa della FABI:

Secondo un’analisi della Federazione, “la tensione dello spread e l’incertezza politica italiana rendono gli istituti appetibili per i fondi stranieri”. Viene sottolineata, in particolare, la “differenza abissale” tra il patrimonio netto e la capitalizzazione in Borsa,  con un esempio concreto:

Con soli 8 miliardi di euro si comprano Ubi Banca e Banco BPM. Ma in caso di shopping “estero” in Italia ci sarebbero ricadute occupazionali e dubbi sul futuro dei dipendenti”.

Così il segretario generale Sileoni:

“Agli avvoltoi stranieri interessano i guadagni facili e sono disposti a raggiungere questo obiettivo con spregiudicatezza, tagliando i costi in maniera indiscriminata a danno dei lavoratori“.

La FABI ha parlato di una situazione “potenzialmente pericolosa per i lavoratori bancari che verrebbero svenduti, trovandosi di fronte a un futuro incerto. Con i cali di borsa, infatti, le banche valgono molto meno del loro capitale, come ai tempi della grande crisi”.

FABI: banche italiane, rifferenza rispetto a crisi 2011

L’analisi di quello che è “il primo sindacato del settore bancario” mette in evidenza la differenza rispetto al 2011, annus horribilis per l’Italia:

“A differenza del 2011, oggi le banche sono tornate a essere redditizie e hanno ripulito i loro bilanci dalle sofferenze. Un quadro assai diverso e dunque più favorevole che rende gli istituti di credito italiani appetibili, soprattutto per i fondi esteri: chi volesse comprare l’industria bancaria italiana la troverebbe risanata e in saldo. Due grandi gruppi come Ubi Banca e Banco Bpm – che valgono circa 20 miliardi di euro – potrebbero essere comprati, stando alle attuali quotazioni, con soli 8 miliardi”.

Così preme sulla questione il segretario Sileoni:

“L’allarme sul fatto che le banche italiane possano diventare prede facili è quindi del tutto giustificato. A noi non interessa, in via di principio, quale sia la residenza degli azionisti delle nostre banche. Sappiamo bene, però, che ai fondi esteri interessano guadagni facili e in tempi brevi. Un obiettivo che gli avvoltoi stranieri sono disposti a raggiungere con spregiudicatezza, anche a danno dei lavoratori, se c’è da risparmiare e da tagliare i costi in maniera indiscriminata. Ecco perché siamo preoccupati“.

Ancora, continua Sileoni:

“Vorrei ricordare che negli ultimi sei anni nel settore bancario europeo sono stati persi 328.500 posti di lavoro dei quali il 70% attraverso licenziamenti di personale. In Italia sono stati persi oltre 40.000 posti di lavoro, ma senza un licenziamento, soltanto attraverso pensionamenti e prepensionamenti volontari”.

Nel comunicato la FABI rileva che:

“I timori sono legati al recente andamento dei mercati finanziari, che ha subito gli effetti delle tensioni politiche sul debito pubblico italiano: ogni volta che si allarga lo spread, il differenziale di rendimento tra i btp italiani e i bund tedeschi, puntualmente le banche italiane cadono in borsa. La ragione è semplice: le banche hanno tuttora in pancia 340 miliardi di titoli di Stato, circa il 15% di tutti i titoli di debito italiano in circolazione. Vuol dire che quando l’Italia finisce nel mirino della speculazione finanziaria, l’attacco si riflette immediatamente sull’andamento delle banche sui listini di Borsa”.

Altri numeri danno una idea di quanto sta accadendo:

“Nell’ultimo mese la caduta media dei titoli bancari è stata di oltre il 20% del loro valore di mercato, proprio mentre lo spread è schizzato da 130-140 punti base fino a sfiorare i 300 punti. Durante la crisi del 2011, per fare un paragone, le banche hanno quotato valori medi del 50% del loro patrimonio netto. Ma all’epoca questi valori depressi erano giustificati dalla redditività bassa o negativa e dal forte carico di sofferenze. Oggi il quadro è diverso: le banche sono tornate a fare utili e sono fortemente calati gli stock di npl (non performing loan) e di accantonamenti. Lo stato di salute ritrovato rischia ora, se lo spread dovesse avere nuove fiammate verso l’alto, di essere mal rappresentato in borsa. Numeri alla mano, emerge una differenza abissale tra patrimonio netto e valore in borsa”.

Insomma, conclude Sileoni:

“Si rischia di consegnare l’industria bancaria, già posseduta oggi per il 60% da fondi stranieri, a qualche grande banca europea. Ma il pericolo non è solo quello di mettere in saldo le nostre aziende bancarie. Con loro verrebbero svenduti anche i lavoratori e il loro futuro. I grandi gruppi stranieri infatti non avrebbero motivo di preoccuparsene. Con una logica a breve termine spremerebbero le banche acquistate solo per farne profitti velocemente. Non possiamo permettercelo”.