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La domanda di carburanti accentua l’esposizione del greggio alle tensioni geopolitiche

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Non solo tensioni tra occidente e Iran. A sostegno dell’escalation delle quotazioni petrolifere gioca anche la crescita economica statunitense, nonostante il recente rallentamento, ancora in grado di trainare la domanda di benzina. Così gli analisti spiegano il movimento che ha portato il barile del 28% al di sopra dei minimi di metà gennaio (comunque del 17% sotto i massimi di agosto).


Vi sarebbero dunque anche fattori strutturali in gioco. Da un lato, come scrivono oggi gli analisti di Mps Finance, “i timori relativi alle tensioni con l’Iran continuano a condizionare il prezzo del petrolio”, ma non si può trascurare l’effetto dell’aumento della domanda di carburanti ad ancora due mesi dall’inizio della driving season, il periodo dell’anno in cui gli americani utilizzano maggiormente l’auto per i propri spostamenti, che prenderà avvio solo dal prossimo ponte del Memorial Day, il 28 maggio. Di questo avviso è lo strategist di Abaxbank, Alessandro Fugnoli, che nella sua settimanale rubrica “Il rosso e il nero” diffusa oggi scrive: “La benzina in crescita è la causa più importante dell’aumento del greggio (l’Iran è arrivato solo negli ultimi giorni)”. Proprio l’aumento del prezzo interno della benzina per Fugnoli dimostrerebbe che le cose per l’economia americana non starebbero andando “così male”. “Non si è mai vista un’economia sull’orlo della recessione con una domanda di benzina esuberante”, chiarisce ancora lo strategist.

Nell’immediato tuttavia il mercato guarda all’evolversi della situazione iraniana. Gli analisti di Rasbank ritengono ad esempio che “il newsflow relativo agli sviluppi delle tensioni geo-politiche Onu/Iran sul programma di arricchimento dell’uranio, nonché sul sequestro dei marinai britannici, possono ancora guidare la volatilità dell’oil”. E’ sempre Fugnoli tuttavia a gettare acqua sul fuoco sugli eventuali sviluppi delle tensioni tra comunità internazionali e iraniani: “Le loro provocazioni – scrive – sono partite a scacchi articolate, con sfondamenti e ritirate. Questo non significa che giochi di questo tipo non possano sfuggire di mano (come accadde l’estate scorsa in Libano), ma le probabilità di un precipitare della crisi resteranno basse ancora per qualche tempo”. Sulla base di questa visione dunque le quotazioni potrebbero a breve stabilizzarsi sugli attuali livelli. Non sarebbe dunque un caso la previsione di un prezzo del barile intorno ai 60 dollari per fine anno presentate oggi da Henderson Global Investors.


Ieri il Dipartimento dell’energia statunitense ha pubblicato i dati sulle scorte Usa di greggio e derivati per le 4 settimane chiuse il 23 marzo. Le scorte di benzine sono risultate in lieve calo di 0.3 milioni di barili a complessivi 210.2 milioni. I consumi totali di benzina sono stati pari a 9.2 milioni di barili al giorno, in crescita dell’1,6% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno.

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