Dibattiti: pressione fiscale e competitività

Inviato da Redazione il Mer, 26/10/2005 - 14:46
I sistemi scandinavi sono riusciti ad armonizzare la crescita economica con una pressione fiscale elevata. E' possibile esportare il modello nordico di welfare to work ad altri paesi?

Se concentrassimo la nostra attenzione su una convenzione molto radicata nel mondo accademico, potremmo affermare che la competitività economica di un paese è inversamente proporzionale sia al livello di pressione fiscale esercitato dal governo in carica che all'incremento della spesa sociale destinata a soddisfare le esigenze dei cittadini. Questa generalizzazione, come tutte le generalizzazioni applicate al contesto socio economico, non sempre resiste dinanzi alla prova evidente della realtà. E' probabile che trovi spazio e si affermi negli Stati Uniti, ma stride con l'organizzazione e la struttura delle economie nordiche.

Esiste un indice che misura la crescita della competitività misurato annualmente dal Forum Economico Mondiale (un'organizzazione che non ricade sotto il controllo dei sostenitori delle socialdemocrazie). Ebbene, il Forum Economico Mondiale ha assegnato il primo posto della classifica 2005 alla Finlandia. Per il paese scandinavo si tratta della terza vittoria in tre anni. Tra i paesi che occupano le prime dieci posizioni della speciale classifica si trovano anche Svezia (terza), Danimarca ( quarta), Islanda (settima) e Norvegia (nona). Il gruppo dei paesi nordici si caratterizza per la presenza sia di un'elevata pressione fiscale che di servizi pubblici universali ed efficienti. E a dispetto di queste spese sociali, riescono ad competere con successo nel mercato economico globale.

Anche dopo la fase recessiva degli anni '90 (la Svezia, per esempio, dovette fare i conti con una variazione negativa del Pil per tre anni consecutivi) e gli aggiustamenti macro- economici praticati dalla maggior parte dei paesi scandinavi per ridurre il tasso di disoccupazione e il deficit pubblico, i sistemi scandinavi hanno continuato a seguire un modello adottato più di 60 anni fa. Un'economia di rischio basata sulle esportazioni (mercati insolitamente aperti) e una scarsa regolamentazione del mercato del lavoro non sono altro che l'altra faccia di una medaglia sul cui rovescio vi è scritto un patto sociale che non permette di scaricare tale rischio sulle spalle di pochi. Il rischio viene compartito mediante un sistema equilibrato di diritti e obbligazioni.

I primi - i diritti - possono riassumersi in una cittadinanza intesa come partecipazione piena in uno Stato che eroga servizi di alta qualità. Il settore pubblico garantisce agli individui - soprattutto attraverso l'operato dei municipi- il soddisfacimento di servizi di base (salute, educazione, protezione ai singoli membri dei nuclei familiari) dalla culla alla tomba. La maggior parte di questi servizi vengono prodotti ed erogati direttamente dallo Stato, con un minor peso del sistema dei trasferimenti in denaro a favore dei funzionari o delle classi passive (per esempio). Gli squilibri in termini di reddito sono le più basse d'Europa, e la spesa sociale (seguendo criteri di equità) offre una copertura a quasi tutta la popolazione (includendo i percettori di redditi medio- alti). Il sistema permette allo Stato di godere di una legittimità sociale e politica che consente di ottenere un risultato estraneo alle logiche esistenti nei paesi dell'Europa centrale e meridionale: l'appoggio delle classi medie, soggette ad un'elevata pressione fiscale, alle politiche economiche governative.

Logicamente, questo sistema di tributi e spese elevati è sopportabile solo a patto di garantire una situazione vicina alla piena occupazione (presente in tutte le economie scandinave). I cittadini sanno che le politiche di piena occupazione e di aiuto alle famiglie possono essere mantenute solo a patto di garantire un'elevata produttività (sostenuta da un livello di assenteismo quasi nullo negli uffici pubblici, dal ritardo dell'età di pensionamento, dagli scarsi casi di frode riscontrati nelle prestazioni sociali erogate per sostenere i disoccupati, dal contributo fornito dall'integrazione del lavoro femminile). E' possibile esportare il modello nordico di welfare to work ad altri paesi? In blocco sicuramente no, ma i suoi livelli di giustizia e produttività potrebbero spingere gli altri paesi a prendere in considerazione almeno qualcuno dei suoi pilastri. A cura di www.fondionline.it




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