Def, 10 miliardi a banche in crisi. Alert, rischio manovra oltre 30 miliardi nel 2018

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Nel Def licenziato dal Consiglio dei Ministri nella serata di ieri, insieme alla ‘manovrina’, ci sono anche 10 miliardi che l’esecutivo prevede di spendere per le banche. E’ scritto nello stesso documento, che afferma che per il 2017 il fabbisogno risulterà più elevato rispetto alla Nota illustrativa della legge di bilancio di “quasi 10 miliardi, riflettendo in prevalenza gli effetti derivanti dall’intervento di sostegno al settore bancario adottato nel mese di dicembre”.

Il governo prevede così di utilizzare circa la metà dei 20 miliardi di euro di dotazione iniziale per sostenere le banche in crisi, nel loro processo di ricapitalizzazione.

Nel documento si legge chiaramente che il Def non rispetta la regola del debito:

“Alcuni fattori tecnici rallenteranno la discesa del debito in rapporto al Pil, in particolare il fatto che il fabbisogno di cassa rimanga al di sopra dell’indebitamento netto lungo tutto il periodo” di previsione delineato dal Def (ovvero fino al 2020). Di conseguenza, il programma, sebbene assai ambizioso in termini di saldi di bilancio, non arriva a soddisfare la regola del debito nel 2018 (su base prospettica riferita al 2020). Va tuttavia considerato che la piena attuazione del programma genererebbe notevoli risparmi sui pagamenti per interessi non incorporati nella previsione”.

Si legge ancora che:

i livelli dei rendimenti che saranno effettivamente registrati da qui a fine 2020 potrebbero essere inferiori a quelli impliciti nella curva dei rendimenti, per due motivi: i tassi dell’euro potrebbero salire meno del previsto e il differenziale fra rendimenti italiani e tassi swap dell’euro potrebbe ridursi grazie ad una credibile azione riformatrice e di riduzione del deficit pur in un contesto di incertezza percepita dagli investitori. Il rapporto debito/Pil ne beneficerebbe”.

Tuttavia, è lo stesso Def a indicare che nel 2018 sarà necessaria una correzione strutturale del deficit per circa 10 miliardi di euro, pari allo 0,6% del Pil, per centrare l’obiettivo di indebitamento dell’1,2% indicato dal governo.  Le stime sul rapporto deficit-Pil sono infatti le seguenti, in base a quanto risulta dal Def: dopo il 2,4% del 2016,  si prevede un forte calo all’1,2% (per cui sarà appunto necessaria una manovra da 10 miliardi, ma le cifre potrebbero essere ben più alte, e già si parla di manovra monstre). Il deficit scenderà poi allo 0,2% nel 2019 e il pareggio di bilancio sarà raggiunto nel 2020. 

Sulla manovra prevista per il 2018, si apprende dal Documento che:

“L’obiettivo di un indebitamento netto pari all’1,2% del Pil nel 2018 sarà garantito con un pacchetto aggiuntivo, da definirsi nei prossimi mesi, anche sulla scorta della riforma delle procedure di formazione del bilancio che faciliterà la revisione della spesa. Le amministrazioni centrali contribuiranno al conseguimento degli obiettivi programmatici con almeno un miliardo di risparmi di spesa all’anno. Tale contributo sarà oggetto del Dpcm previsto dalla nuova normativa”. Ovvero, 1 miliardo dei 10 miliardi totali necessari per continuare a mettere a posto i conti e per attenersi all’obiettivo del deficit fissato per 2018, arriverà dai tagli ai ministeri.

Ma intanto Il Sole 24 Ore calcola che “quella che si profila in autunno è una legge di bilancio da almeno 17-20 miliardi, con un conto che però potrebbe crescere con ulteriori misure di politica economica espansiva al momento non ancora annunciate”. L’articolo del Sole continua: “Per effetto della manovrina, con l’aggiustamento strutturale da 3,4 miliardi chiesto dalla commissione Ue, il deficit di quest’anno si attesta al 2,1% del Pil. L’anno prossimo, in base ai programmi già concordati con Bruxelles, bisognerebbe scendere a quota 1,2%, con una correzione da nove decimali che varrebbe dunque 15 miliardi abbondanti. Aggiunti ai 19,5 miliardi di aumenti Iva da sterilizzare e dagli almeno 3 miliardi per le nuove misure espansive già annunciate, il conto balzerebbe a 37,5 miliardi: una cifra monstre in tempi normali e praticamente ingestibile a pochi mesi dalle elezioni politiche con un governo già percorso oggi dalle tensioni pre-voto”. Tuttavia, considerate alcune questioni, tra cui anche la trattativa in corso con Bruxelles per un deficit, per l’anno prossimo, all’1,8% del Pil (e non dell’1,2%), Il Sole sottolinea che alla fine il conto potrebbe scendere, attorno ai 17 miliardi.

E anche un articolo de Il Corriere della Sera avverte: “se l’Italia sarà costretta a tagliare il deficit dal 2,1% del Pil che dovrebbe raggiungere quest’anno all’1,2% nel 2018 dovrà fare una manovra monstre (almeno 30 miliardi di euro) e l’economia rallenterà, invertendo quel processo virtuoso cominciato nel 2014 (Pil + 0,1%, poi nel 2015 salito allo 0,8%, nel 2016 allo 0,9% e quest’anno appunto all’1,1%)”. Il Corriere riporta che il governo potrebbe dunque tentare di puntare a una flessibilità ancora più generosa da parte dell’Ue, che consenta di portare il deficit-Pil, l’anno prossimo, addirittura al 2%.

Riguardo alle altre stime, dal quadro programmatico risulta che il rapporto debito-pil, dopo il 132,6% del 2016, scenderà lievemente al 132,5% nel 2017; al 131% nel 2018; al 128,2% nel 2019 e al 125,7% nel 2020.

Il saldo primario si attesterà all’1,7% quest’anno; salirà al 2,5% nel 2018 e avanzerà ancora al 3,5% nel 2019 e al 3,8% nel 2020.

I proventi ottenuti attraverso il processo delle privatizzazioni saranno pari allo 0,3% del pil ogni anno dal 2017 al 2020.

Il tasso di disoccupazione scenderà quest’anno all’11,5% dall’11,7% del 2016, e il trend ribassista proseguirà anche negli anni successivi: la disoccupazione scenderà all’11,1% nel 2018 e al 10,5% nel 2019. 

Per l’inflazione si prevede un valore all’1,2% nel 2017, in salita all’1,7% medio nel 2018 e all’1,9% nel 2019.

La pressione fiscale – si legge nel Def è attesa ridursi di 0,6 punti percentuali nel 2017, collocandosi al 42,3% del Pil. É attesa aumentare al 42,8 per cento nel 2018 e 2019 per poi scendere al 42,4% alla fine del periodo”.

Il governo stima intanto per quest’anno un ulteriore recupero di gettito di 2,1 miliardi dalla riscossione dell’Iva. 

“L’introduzione di tali adempimenti comporterà un incremento di gettito dovuto sia al maggior stimolo alla compliance, tramite l’attività dissuasiva posta in essere dall’Agenzia delle Entrate, sia all’accelerazione delle somme riscosse tramite i controlli automatizzati. In particolare, si stima che l’introduzione di tali misure comporterà, nel complesso, un ulteriore recupero di gettito pari a 2,1 miliardi per l’anno di imposta 2017”.

Altra notizia: nel confermare l’impegno del governo a ridurre la pressione fiscale “in continuità con le misure introdotte negli anni precedenti”, nel Def 2017 scompare il riferimento al taglio delle aliquote Irpef tanto auspicato dal precedente governo di Matteo Renzi.