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Debito italiano, tanto rumore per nulla? Fisher su FT: “panico inutile. Non guardate a spread BTP-Bund”

Ken Fisher, fondatore e presidente esecutivo di Fisher Investments: “questa bomba tanto temuta non esploderà. “Fidatevi del mercato, che urla che questa è solo una falsa paura”.

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Il debito italiano non è un problema, ma una opportunità di acquisto. Parola di Ken Fisher, fondatore e presidente esecutivo di Fisher Investments, che collabora per il Financial Times. Fisher è autore di 11 libri, di cui quattro sono entrati nella classifica dei bestsellers del New York Times. Dire che si intende di mercati è poco, visto che gestisce asset per un valore superiore agli $80 miliardi per conto di investitori istituzionali, curando anche gli affari di 35.000 Paperoni del pianeta.

“Grazie all’Italia, la Brexit non è più la spina nel fianco dell’Unione europea”.

L’articolo di Fisher inizia constatando la nuova realtà europea che si è presentata a seguito delle elezioni politiche italiane dello scorso 4 marzo. Si fa riferimento alla forte crisi che si è abbattuta sugli asset italiani nelle ultime settimane, all’aumento dei rendimenti che ha “alimentato i timori sull‘implosione del debito da 2,04 trilioni dell’Italia”, al crollo dell’azionario, insomma alla tempesta finanziaria innescata dalle preoccupazioni su un eventuale deficit del paese fuori controllo, a causa delle misure di politica espansiva promesse dall’asse M5S-Lega.

Fisher tuttavia rassicura subito gli investitori: “Questa bomba così temuta non è esploderà“. E questo perchè, per l’appunto, “oltre a non essere un problema, il debito italiano è una opportunità di acquisto”.

Le violente oscillazioni che hanno scosso i tassi e di conseguenza lo spread non vengono dimenticate dal gestore: “i tassi dei BTP decennali sono saliti fino al 3% alla fine di maggio, al record dal 2014. E lo spread contro i Bund tedeschi ha testato il valore più alto dal 2013”.

Ma “i mercati conoscono la verità” e Piazza Affari al momento riporta una “performance piatta dall’inizio dell’anno”. Cosa significa ciò?  “Se l’Italia stesse attraverso una crisi dei debiti sovrani, in un contesto in cui è alle prese con un nuovo governo di populisti fortemente temuto, il suo mercato azionario dovrebbe essere tra i peggiori al mondo“.

Ma non è così: “le azioni (che guardano sempre in avanti) vedono tutto ciò che i bond vedono. E tuttavia dall’inizio di quest’anno, l’azionario italiano ha performato meglio dei mercati molto forti di Germania e Svizzera”.

Fisher scrive anche una frase forte, soprattutto per tutti quei trader che, almeno dallo scorso 4 marzo, continuano ad avere gli occhi incollati agli schermi, attenti a non farsi sfuggire le variazioni dello spread tra i tassi dei BTP e quelli dei Bund.

Quegli spread che sono ampiamente monitorati non contano. Ancorare il debito italiano a un altro asset dell’Eurozona sottovaluta i flussi valutari”.

“Se davvero gli investitori stessero scontando una rottura dell’euro, i Bund non potrebbero essere acquistati come se fossero un asset rifugio” visto che si tratta di asset che dipendono comunque dall’euro.

A quel punto, dove potrebbero rifugiarsi i capitali?

“E’ vero che gli investitori si fidano dei franchi svizzeri, ma i mercati svizzeri hanno comunque una dimensione contenuta. Così come è vero che c’è fiducia nella sterlina, ma i mercati britannici non sono abbastanza grandi da poter dare rifugio a tutti i capitali spaventati”, in cerca di un riparo dove poter essere parcheggiati.

Dunque?

Dunque, se “il debito italiano finisse con il diventare un problema – ma affinché ciò accadesse, Fisher ricorda che i tassi dovrebbero balzare rispetto ai livelli attuali e rimanere a quei livelli elevati per molti anni -, la maggioranza degli investitori farebbe incetta di dollari, il vero asset rifugio del mondo in caso di crisi”.

D’altronde, valutato $18,4 trilioni, il mercato dei Treasuries Usa fa impallidire i bond sovrani di Regno Unito (2 trilioni di sterline) e della Germania (1,09 trilioni di euro).

“Soltanto il debito americano è abbastanza grande da assorbire tutta quella domanda extra che verrebbe generata in caso di crisi globale”, sottolinea il gestore.

Fisher: spread con Bund non dice molto, spread vero è altro

Ma allora gli investitori stanno davvero dando troppa importanza allo spread BTP-Bund, quando invece lo spread da monitorare sarebbe decisamente un altro: quello tra i tassi dei BTP decennali e i tassi dei Treasuries di scadenza uguale.

E quale informazione ci arriva da questo differenziale?

“I tassi decennali italiani sono praticamente identici a quelli dei tassi Usa”, fa notare Fisher. E “se il debito italiano fosse davvero rischioso, gli investitori dovrebbero richiedere un premio per detenere bond italiani invece che bond Usa”.

“Ma è sufficiente anche pensare agli anni della crisi dei debiti sovrani dell’Eurozona, ovvero al 2011-12, quando lo spread italiano superò i 500 punti base” per capire che una situazion, al momento, non sussiste. Il motivo? L’esperto risponde:

La verità è che “i mercati hanno già scontato i timori diffusi, relativi al lancio di eventuali monete parallele, di tagli alle tasse e di un balzo della spesa pubblica”. Il messaggio agli investitori è, di conseguenza, chiaro:

“Fidatevi del mercato, che urla che questo è solo un falso timore”.

Fisher sdrammatizza debito-Pil, guardare a spesa interessi

Fisher sdrammatizza anche l’elevato rapporto tra il debito italiano e il Pil, che si aggira attorno al 133%. E questo, perchè a essere più importante è piuttosto capire se l’Italia è capace di onorare il pagamento degli interessi sul debito.

“La risposta è sì, e una delle ragioni risiede nel fatto che la maturity del debito italiano è cresciuta, così come hanno mostrato Kate Allen e Miles Johnson dell’Ft”.

Al momento, la maturity è poco inferiore ai sette anni, rispetto ai tre anni del 1994. Si tratta di un dettaglio da considerare, visto che “più la maturity è lunga, più è difficile che il balzo dei tassi possa avere un impatto sui costi da sostenere per pagare gli interessi. Costi che tra l’altro – prosegue Fisher- sono piuttosto bassi”.

L’articolo citato da Fisher mette infatti in evidenza che la spesa degli interessi che l’Italia deve fronteggiare su base annua è inferiore al 4% del Pil,ben al di sotto dell’11,4% del Pil pagata nel 1993, al picco della crisi dell’ERM (Meccanismo del Tasso di cambio).

Fattore ancora più importante, è che “l’Italia può onorare i suoi obblighi finanziari in modo facile”, visto che “i pagamenti degli interessi rappresentano al momento il 14% delle entrate fiscali annuali, minimo in diverse generazioni”. Questo, rispetto al 40% delle entrate negli anni ’90”.

Il gestore si chiede: “se una spesa legata debito pari al 40% delle entrate fiscali per un decennio non è riuscita a tramortire l’Italia, perchè un aumento dei tassi di interesse dovrebbe provocare una crisi ora?”.

Insomma, “l’Italia farà meglio di quanto si teme, e la stessa cosa farà l’azionario italiano, così come tutti i titoli azioni dell’Eurozona”.

Fisher, dunque, conclude: “Usate questi falsi timori relativi al debito come una opportunità per acquistare azioni italiane, in particolare azioni di grandi banche di qualità, e proprio perchè le banche sono così temute. Fate incetta anche di opportunità presenti tra le grandi banche spagnole e nel resto dell’Europa, prima che la paura si dissolva”.