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Dalla recessione alla Brexit fino alla privacy: ecco i sette rischi maggiori del 2019

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Dalla Brexit, allo shutdown, passando per la guerra commerciale fino alla recessione: quali sono i rischi che si profilano sull’orizzonte dell’investimento per gli investitori quest’anno? Ad individuarne ben sette David Lafferty, CFA, Chief Market Strategist di Natixis Investment Managers.

La recessione non toccherà la Cina

Il primo  rischio riguarda la recessione con l’economia globale che sta chiaramente decelerando ma, afferma l’esperto, sulla scia del sell off del quarto trimestre i mercati dovrebbero essere destinati a salire di nuovo. Il problema è nel caso in cui il rallentamento si trasformasse in recessione e i mercati non sarebbero preparati allo shock, poiché né la fiducia degli investitori né i prezzi degli asset riflettono adeguatamente questo rischio. Sulla base dei dati attuali, Lafferty stima al 25% la probabilità di una recessione globale nel 2019, del 20% negli Stati Uniti sia del 20%, mentre in Europa è più vicina al 35%. La Cina non ha praticamente alcuna possibilità di entrare in recessione quest’anno.  Le tensioni commerciali tra Stati Uniti e Cina tengono banco ovviamente anche nel 2019 anche se, secondo l’analista,  il mercato ha almeno in parte già scontato la preoccupazione. “Ammettiamo che c’è ancora rischio di qualche sorpresa al rialzo o al ribasso” afferma Lafferty secondo cui lo scenario più probabile (55%) è che i negoziati commerciali tra Stati Uniti e Cina si arenino per tutto il 2019 senza successi o fallimenti definitivi. “Questo fa sì che le tensioni commerciali appaiano più come un “rischio in corso” che come un evento specifico. Nel breve periodo, riteniamo che il mercato azionario sarà positivo nei giorni in cui gli scambi commerciali progrediranno e che sarà invece negativo nei giorni in cui si registreranno battute d’arresto. Anche un accordo commerciale “definitivo” comunque sarà intrinsecamente inconcludente, poiché il monitoraggio e le verifiche si riveleranno impegnativi”.

La Brexit e i rischi made in USA

Terzo rischio piuttosto diffuso tra gli investitori è il timore che le banche centrali possano mettere in atto una politica monetaria eccessivamente restrittiva, provocando la prossima recessione. “Nnon c’è dubbio che prima o poi si verificherà un’altra recessione. Riteniamo che sia più verosimile che questo accada nel 2020 o anche oltre e che, per ora, rimarremo nel campo del “rallentamento, non della recessione”.  Non poteva mancare il capitolo Brexit, che rimane il rischio che secondo gli esperti ha la probabilità più alta di verificarsi. Un ritardo nel processo di ritiro – il ritiro dell’articolo 50 o un secondo referendum – rimane l’ipotesi più probabile (60%). Tuttavia, poiché la situazione è peggiorata nelle ultime settimane, la nostra speranza – continua l’esperto – che l’impensabile possa essere evitato potrebbe offuscare il nostro giudizio. Gli Stati Uniti sono motivo di preoccupazione da una parte per lo shutdown che ha innescato implicazioni molto più gravi per il tetto massimo del debito statunitense, che è sempre più vicino e dall’altra per una crisi costituzionale derivante da un impeachment con o senza condanna per Trump. La possibilità che la Camera dei Rappresentanti, controllata dai Democratici, avvii una procedura di impeachment è di almeno il 50% afferma l’analista secondo cui nel caso più estremo, il presidente verrebbe sostituito dal vicepresidente Mike Pence, che molto probabilmente continuerebbe queste politiche favorevoli per il mercato azionario per il resto del mandato. “Tuttavia, il rischio legato alla politica statunitense aumenterebbe considerevolmente nel 2020 se i Democratici potessero fare piazza pulita. (…)  Se consideriamo lo scontro tra Mueller, i Democratici e l’amministrazione Trump come un pericolo diversivo nel corso del 2019, non pensiamo che questo possa spingere al ribasso i mercati, stimando questa probabilità al 25%”.

Infine un ultimo rischio che corrono i mercati quest’anno riguarda la riservatezza. A livello globale, nel 2019 i governi potrebbero cominciare a inasprire i controlli sull’utilizzo dei dati personali il che potrebbe rendere più difficile in futuro per le imprese trarre profitto da questi dati. “Se riteniamo che la probabilità che le autorità di regolamentazione possano ridurre i vantaggi dei Big Data sia bassa, forse al 20%, l’impatto di una politica di questo tipo sarebbe rilevante” conclude Lafferty – “questo rischio è sottostimato, dato che le questioni relative alla riservatezza dei dati si applicano a quasi tutte le aziende dei principali indici, andando ben oltre i più grandi nomi del settore tecnologico”.