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Da Australia e Giappone una pausa di riflessione sull’efficacia delle politiche monetarie

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 “Aspetta e prega”, è il nuovo mantra in Giappone. Nel mese dedicato alle Banche centrali, che avrà il suo momento clou nella riunione del FOMC il 20 e 21 settembre, anche gli istituti dell’area Asia-Pacifico, in particolare del Giappone e dell’Australia, avranno il loro spazio sul palcoscenico della politica monetaria internazionale.
 
BoJ in attesa
 
Per quanto riguarda il Giappone, le timide misure dello scorso luglio dimostrano che la Banca centrale (che si riunirà sempre il 21 settembre) non ha molto spazio per agire. Dal 1° gennaio 2015 il bilancio della BoJ è aumentato ben del 58% e lo yen si è apprezzato del 14% sul dollaro USA. “E’ sempre più chiaro che la politica monetaria giapponese non ha l’effetto desiderato: non spinge il Paese fuori dalla deflazione – il CPI, ovvero l’indice di capacità produttiva, di luglio ha registrato il più grande declino annuo in tre anni – e non riesce a svalutare lo yen, che è la conseguenza più diretta della politica monetaria accomodante”, spiega Christopher Dembik, Head of Macro Analysis di Saxo Bank. “In questo contesto – aggiunge Dembik – il passo successivo per la BoJ non può che essere sottoporre la relazione sull’impatto della politica monetaria al governo entro la fine del mese, e aspettare”. Fino ad allora, non ci saranno nuove misure da parte della Banca del Giappone. “Le munizione della BoJ sembrano sempre più spuntate e la palla passa quindi al governo”, commenta lo strategist.
 
I dubbi dell’Australia
 
Quella giapponese non è la prima Banca centrale a riconoscere che la politica monetaria sta per raggiungere i suoi limiti. Nel suo ultimo bollettino trimestrale Bank of England ha riconosciuto che l’approccio di “moltiplicatore monetario” non funziona. Glenn Stevens, governatore (uscente) della Riserve Bank of Australia (RBA) , dopo aver lasciato invariati i tassi il 6 settembre, ha dichiarato di avere: “gravi riserve circa il grado di dipendenza dalla politica monetaria in tutto il mondo. Non è che le Banche centrali hanno sbagliato a fare quello che potevano, è che quello che potevano fare non era abbastanza, e non poteva essere sufficiente per ripristinare completamente la domanda dopo un lungo periodo di recessione”. “Ha perfettamente riassunto in due frasi il problema principale dell’economia globale: la politica monetaria ha sostituito la politica fiscale dal 2007, ma non è sufficiente per rilanciare la domanda e la crescita nominale – dice Dembik – La politica di bilancio è necessaria anche per stimolare l’economia. Questo è esattamente lo stesso messaggio inviato dalla BoJ al governo giapponese”.
 
Avanti piano
 
Nonostante il suo scetticismo circa l’effetto della politica monetaria sull’economia reale, governatore della RBA Stevens ha deciso il mese scorso di tagliare il tasso al minimo storico del 1,5%, segnando la fine di un’epoca: l’Australia infatti è sempre stata famosa per gli alti tassi di interesse che hanno favorito l’uso del dollaro australiano nella strategia di carry trade nel Forex. Le prospettive economiche del resto sono piuttosto cupe: il CPI è sceso dell’1% nel secondo trimestre (l’espansione più debole in 17 anni) e la crescita si prevede un calo nei prossimi trimestri, poiché il Pil cinese è diventato un fattore pchiave per l’economia australiana. “Con l’inflazione bassa e il rischio di rallentamento economico, il prossimo governatore dovrà probabilmente continuare a manovrare sui tassi nel tentativo di rilanciare l’economia”, conclude Dembik.