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Crisi: maggioranza delle imprese vede nero, niente ripresa complici tasse e stretta credito

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La maggioranza delle imprese italiane vede nero anche per la seconda metà del 2014. In attesa dei riscontri in arrivo dal dato sulla fiducia delle imprese di luglio, da un sondaggio condotto da Unimpresa tra le proprie 122mila aziende associate emerge che il 64,6% delle imprese teme una nuova impennata di dissesti finanziari, stadi di crisi e procedure concorsuali. 
Attesi nuovi stati di crisi e fallimenti 
Da un sondaggio del Centro studi Unimpresa emerge quindi che nei prossimi mesi potrebbe registrarsi un’impennata di dissesti finanziari, stati di crisi o addirittura fallimenti e altre procedure concorsuali. Una previsione decisamente cupa che viene registrata nel 64,6% delle risposte ai questionari. 
“La situazione – commenta il presidente di Unimpresa, Paolo Longobardi – è da allarme rosso. La massa di imprese che alzano bandiera bianca si estende a vista d’occhio giorno dopo giorno e non si vede una via d’uscita. Le imprese sono stremate e il fallimento, in taluni casi, è inevitabile. Al Governo di Matteo Renzi abbiamo già posto più volte l’esigenza di varare riforme serie, volte a dare speranza agli imprenditori e pure alle famiglie. Si deve dare impulso al credito e vanno tagliate le tasse“. 
Credito, fisco e ritardi pagamenti Pa i nodi maggiori da sciogliere 
Anche i secondi sei mesi dell’anno in corso, per quanto riguarda le prospettive di ripresa economica, si annunciano difficili complici diversi problemi: dalla stretta sul credito alle le difficoltà nel rispettare scadenze e adempimenti fiscali, passando per i ritardi dei pagamenti della pubblica amministrazione e i  mancati incassi da clienti privati, impossibilità di pianificare investimenti, scarsa flessibilità nel gestire l’occupazione.
I problemi con le banche sono di due tipi. Anzitutto l’inasprimento delle condizioni per la concessione di nuovi finanziamenti; poi viene segnalato l’aumento delle richieste di rientro, anche fra le imprese con bilanci in regola. Di fatto molti istituti bancari chiudono improvvisamente linee di credito, scoperti di conto corrente e affidamenti anche ad aziende “sane”‘, facendole finire su un terreno scivoloso. Dito puntato, poi, contro le tasse: la pressione fiscale (imposte e contributi), che per le imprese è vicina alla soglia del 70%, è il secondo elemento destabilizzante: scadenze e adempimenti tributari sono difficilissimi da rispettare. 
Il terzo fattore allarmante è il ritardo dei pagamenti da parte di Stato centrale ed enti locali. Anzitutto per lo stock da 90-100 miliardi di debiti della pubblica amministrazione che solo in parte è stato rimborsato e che non viene sbloccato da amministrazioni centrali e locali principalmente a causa dello stallo nel meccanismo di certificazione dei crediti vantati dalle imprese. Inoltre le nuove direttive europee adottate recentemente in Italia – che dovrebbero imporre alla Pa di saldare le fatture entro 60 giorni – trovano scarsissima applicazione. 
I ritardi dei pagamenti, quarto motivo di tensione, sono evidenziati anche nei rapporti fra privati che si traducono in un colpo tremendo alla circolazione di liquidità e nella crescita delle insolvenze. La quinta fonte di apprensione è lo stop agli investimenti che, allo stesso tempo, rappresenta un fattore e una conseguenza della crisi economica.