Crisi del mercato valutario emergente, un dejà vu

Inviato da Riccardo Designori il Mar, 03/09/2013 - 10:50

Di seguito pubblichiamo un commento di Pierre Olivier Beffy, Chief Economist di Exane BNP Paribas. Nella sua analisi l'esperto prende in considerazione i due temi che stanno animando il dibattito economico attuale: l'instabilità politica in Medio Oriente e il deprezzamento delle valute di alcuni Paesi emergenti. Le tensioni mediorientali hanno spinto al rialzo le quotazioni del petrolio, tuttavia secondo Beffy questo non dovrebbe impattare sulle prospettive dell'economia mondiale. Al momento è il deprezzamento delle valute emergenti a rappresentare la sfida maggiore. Se non venissero adottate decisioni in grado di permettere la ripresa della bilancia commerciale dei paesi emergenti in deficit, le tensioni potrebbero infatti durare diversi mesi.




La settimana scorsa i mercati mondiali hanno sofferto a causa della crescente instabilità politica in Medio Oriente e del processo di deprezzamento delle valute dei paesi emergenti con debole posizione nei confronti dell'estero (deficit della bilancia commerciale e/o elevato indebitamento estero). Si tratta dei due temi che hanno animato il dibattito economico attuale.




I timori relativi all'instabilità in Medio Oriente hanno spinto al rialzo il prezzo del petrolio. Tale rialzo, tuttavia, non dovrebbe mettere in discussione l'andamento dell'economia mondiale. Tale scenario potrebbe materializzarsi solo se il prezzo dell'oro nero registrasse un ulteriore rialzo e si mantenesse su tali livelli per un periodo elevato. Qualora cio' dovesse avvenire, sarebbero la Cina, tra i paesi emergenti, e il Giappone, tra i paesi sviluppati, i paesi maggiormente colpiti. 




Pur non avendo effetti sulla crescita mondiale, il rialzo del prezzo del petrolio influirà sulla crisi del mercato valutario dei paesi emergenti. Come osservato la settimana scorsa in Brasile (rialzo dei tassi d'interesse), l'aumento del petrolio probabilmente porterà le banche centrale di alcuni paesi emergenti ad adottare politiche monetarie più restrittive. E con il peggioramento del trade off crescita/inflazione, questo scenario potrebbe essere più vicino e di maggior portata di quanto ci si aspettasse.




Molto investitori si stanno chiedendo per quanto tempo le valute dei paesi emergenti caratterizzati da deficit commerciale rimarranno sotto pressione. Tale situazione potrebbe richiedere diversi mesi, o forse ancora di più, se non venissero adottate decisioni dolorose ma in grado di permettere la ripresa della bilancia commerciale dei paesi emergenti in deficit. 




In termini pratici, quali sono gli insegnamenti della crisi delle valute asiatiche del 1997? Innanzitutto é importante tenere presente che già prima della crisi del 1997, vi sono stati consistenti inflows di capitali verso i paesi emergenti. Questo processo era il risultato della ricerca di rendimento da parte degli investitori in un contesto di bassi rendimenti sulle obbligazioni e di forte crescita dei paesi emergenti.

Da un confronto con la crisi attuale, emerge che la quota di debito dei paesi emergenti in valuta estera é attualmente inferiore rispetto al 1997 e che le banche centrali di tali paesi hanno maggiori riserve di cambio. Tuttavia i recenti tentativi di vendere parte di tali riserve per lottare contro il deprezzamento della valuta nazionale non porteranno i frutti sperati dato che nessuna banca centrale al mondo é in grado di finanziare indefinitivamente un deficit cronico della bilancia corrente con delle riserve di cambio limitate. 




Un'altra strategia monetaria per far fronte al deprezzamento consiste nell'aumentare i tassi d'interesse per offrire rendimenti migliori agli investitori esteri. Ma tale soluzione non é in genere sufficiente per far rinascere la fiducia degli investitori nei confronti dell'economia domestica. Gli investitori stranieri hanno, infatti, bisogno di garanzie sulla stabilità del cambio di tali paesi o di segnali che mostrano che il paese sia meno dipendente dai capitali stranieri. Cio' significa che la Fed o l'FMI devono intervenire per rendere più stabili le differenti valute (attraverso degli swaps sui tassi per esempio) o che gli investitori devono notare un rapido miglioramento della bilancia corrente. La prima soluzione é una decisione politica, che appare impraticabile per un buon numero di paesi emergenti. Mentre la seconda ipotesi, dato che il deprezzamento implica un naturale miglioramento della bilancia corrente, per accelerare tale processo i governi devono farsi promotori di una politica di bilancia più restrittiva che permette un calo delle spese pubbliche in pt del PIL.




Le crisi che colpiscono i mercati valutari, come ben sappiamo, non sono prive di conseguenze. Dato che in genere tali crisi sono causate da uno squilibrio della bilancia corrente, é possibile fare un parallelismo con la crisi della zona Euro in cui la soluzione passa, non sulla valuta, ma sui tassi sovrani. I responsabili di politica economica sono, dunque, chiamati ad implementare misure in grado di ricreare la fiducia sul mercato dei cambi. In assenza di un rapido miglioramento sulla bilancia corrente, la situazione dovrebbe persistere facendo restare sotto stress le valute emergenti. Ritengo che molti paesi saranno obbligati ad implementare politiche monetarie e fiscali più restrittive portando avanti, nel contempo, riforme strutturali rilevanti. E sarebbe ipotizzabile anche l'intervento dell'FMI che potrebbe mettere a disposizione, per un certo lasso di tempo, dei capitali. 




Dall'analisi appare evidente che la crisi del mercato valutario dei paesi emergenti potrebbe continuare prima di registrare una chiara stabilizzazioni. Gli investitori esposti agli emergenti dovranno, prima o poi, fare una selezione e la loro preferenza, tra gli emergenti, andrà a quei paesi con una solida posizione estere come la Cina. Ma, e questo é la lezione della crisi del 1997, saranno necessari diversi trimestri, piuttosto che diversi mesi, affinché i mercati riflettano le opportunità d'investimento legate ad un nuovo ciclo di crescita di lungo termine che interesserà nuovamente gli emergenti.


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