1. Home ›› 
  2. Notizie ›› 
  3. Notizie Italia ›› 

Cosa fare se in Grecia dovessero vincere i partiti anti-euro (e nel caso contrario)

FACEBOOK TWITTER LINKEDIN
Se arriva (e se non arriva) l’uragano Tsipras di Alessandro Fugnoli (Kairos Partners SGR)
 
Il più noto extinction event è quello che comportò l’uscita di scena dei dinosauri alla fine del Cretaceo, 65 milioni di anni fa. Fu però molto più grave quello che accadde tra l’Ordoviciano e il Siluriano, 450 milioni di anni fa. Per un improvviso raffreddamento dei mari (o, secondo altri, per effetto dei raggi gamma proiettati da una supernova) l’intera vita sul pianeta fu sul punto di cessare per sempre.
Ci fossimo trovati in quelle situazioni, ci saremmo forse estinti anche noi. Impedire l’esplosione di una supernova è al di sopra delle nostre possibilità. Con gli asteroidi, invece, qualche speranza c’è. Stando a Hollywood, in 2012 di Roland Emmerich i tentativi di deviare il corso del meteorite falliscono e sono guai seri. In Armageddon, invece, grazie al sacrificio di Bruce Willis, ce la caviamo con la sola perdita di Parigi, non così grave per lo spettatore americano medio.
Le elezioni greche sono vissute dai mercati con lo stato d’animo di chi aspetta un asteroide per il fine settimana ma ha al tempo stesso la speranza che il disastro, all’ultimo momento, possa essere evitato. Siamo come la Gwyneth Paltrow di Sliding Doors. Se perdiamo il treno, la vita andrà in un modo. Se riusciamo a prenderlo, sarà completamente diversa. Tsipras o Samaras, due universi paralleli, da una parte l’inferno, dall’altra la speranza di sopravvivere.
I disastri, però, non sono tutti uguali. I terremoti, ad esempio, possono essere terribili. A Huaxian, nello Shaanxi, nel 1556 ci furono 830mila morti. Ad Haiti, due anni fa, le vittime furono 316mila. Gli uragani fanno invece, al massimo, poche centinaia di vittime. Katrina, nel 2006, ne fece 1833. A parità di energia distruttiva, terremoti e uragani hanno tra loro una fondamentale differenza. I terremoti non sono prevedibili, gli uragani lo sono. Lasciano sempre qualche giorno per organizzarsi e scappare. I morti di New Orleans scelsero consapevolmente di restare nella città deserta.
Con tutto il rispetto, l’ingegnere Alexis Tsipras non è una supernova, non è un asteroide e non è nemmeno un terremoto. Al massimo è un uragano il cui possibile arrivo è noto da un mese. Negli ultimi giorni, del resto, investitori e speculatori, rialzisti e ribassisti, hanno tutti fissato le tavole di compensato alle finestre e alle porte, hanno staccato la spina a tutti gli elettrodomestici, fatto scorta di coperte, cibo e medicinali e si sono incolonnati ordinatamente verso il cash, i Bund, il dollaro, l’oro, i Treasuries e gli altri centri di accoglienza.
I libri dei trader sono oggi scarichi come se fossimo a inizio anno. Le borse, dall’inizio di giugno, sono addirittura in rialzo nonostante i dati macro in prevalenza deludenti. Anche i ribassisti, dopo tutto, rischiano con le elezioni greche e preferiscono ricomprare. Il loro incubo è che Tsipras perda e che Samaras formi un governo già martedì prossimo con il Pasok e con la Sinistra Democratica.
A tenere in piedi i mercati sono anche i sondaggi. Sarebbero proibiti da qualche giorno, ma la Grecia non è il paese dell’applicazione rigorosa delle leggi. I sondaggi ci sono e circolano. Mostrano ancora un testa a testa, ma l’elemento decisivo è che né Tsipras né Samaras sembrano poter raggiungere la maggioranza assoluta. Ci saranno quindi governi di coalizione e Tsipras, in caso di vittoria, dovrà scendere a compromessi con forze contrarie a rotture con l’Europa.
Nemmeno Tsipras, del resto, vuole rompere. Negli ultimi giorni, cogliendo la paura che, tra gli elettori, comincia a prendere il posto della rabbia, ha ammorbidito le sue posizioni. Alcuni osservatori, come Themistoklis Fiotakis di Goldman o George Linatsas di Axia Group, ritengono addirittura che Tsipras, a parte l’effetto iniziale negativo sui mercati, possa rivelarsi nel tempo meno minaccioso come capo del governo piuttosto che come leader dell’opposizione.
Né Tsipras vincitore né l’Europa, nelle prossime settimane, interromperanno il dialogo. Ci sarà anzi un affannarsi continuo a riaffermare la volontà di mantenere la Grecia nell’euro. Certo, la giornata di lunedì potrebbe non aprirsi bene per i mercati e per gli spread, ma l’esperienza recentissima del salvataggio spagnolo ha insegnato a tutti, rialzisti e ribassisti, che le ondate di entusiasmo o di panico possono sgonfiarsi in poche ore e che è meglio andarci piano con il buttarsi tutti da una parte o tutti dall’altra.
Tsipras vincitore, inoltre, verrà accompagnato da una sorta di sessione permanente dei policy maker europei e globali fino alla fine del mese. I mercati non verranno mai lasciati soli e ci sarà un flusso continuo di parole e, si spera, anche di azioni di sostegno. Con l’eccezione del salvataggio delle banche spagnole, che è stato anticipato a sabato scorso, tutte le altre misure pro crescita e pro integrazione europea sono state tenute in serbo per il dopo elezioni.
Non è detto che ci sarà molto, ma qualcosa ci sarà senz’altro. La Fed potrebbe annunciare già mercoledì un prolungamento dell’operazione Twist e togliere dalla circolazione, nei prossimi mesi, altri titoli a lungo termine. La Bce, dal canto suo, potrebbe annunciare una nuova tranche di rifinanziamenti a lungo termine per le banche e abbassare i tassi.
C’è molto dibattito, in tutto il nord Europa, sull’opportunità di tassi troppo bassi e di curve dei rendimenti sempre più piatte. Svezia, Danimarca, Olanda e Finlandia si stanno accorgendo che i rendimenti eccezionalmente bassi stanno costringendo le assicurazioni e i fondi pensione, per i quali è sempre più vietato avere azioni o governativi di bassa qualità, ad arrampicarsi lungo la curva e comprare titoli sempre più lunghi per potere garantire un minimo di rendimento alle loro gestioni. Norme introdotte per rendere più sicuri i loro investimenti stanno avendo l’effetto perverso di creare portafogli vulnerabili in caso di futuri rialzi dei tassi. La Germania per il momento non si pone il problema. E’ però sempre meno comprensibile l’atteggiamento dei tedeschi che in Bce si oppongono a un ribasso dei tassi europei (che favorirebbero una cattiva allocazione delle risorse) mentre a casa loro non si fanno troppi problemi sui rendimenti a zero su una porzione sempre più lunga della curva governativa.
Dal canto suo l’Erf, il fondo di parziale mutualizzazione del debito europeo, non è uscito di scena, anzi, ma sta scivolando su tempi più lunghi. La Spd e i Verdi lo hanno tolto dalle condizioni per approvare al Bundestag il fiscal compact e Schauble l’ha subordinato all’unione fiscale. La Bundesbank si è invece occupata dell’unione bancaria, definendola prematura e condizionandola, di nuovo, all’unione politica e fiscale.
La dottrina tedesca sull’Europa, a questo punto, si conferma come rigorosa, ma è anche un capolavoro di ambiguità. Il principio generale è che bisogna mettere al primo posto l’unione politica e che qualsiasi forma di mutualizzazione deve essere accompagnata da una cessione di sovranità. Se volete i miei soldi, dice la Germania, dovete permettermi di controllare, attraverso Bruxelles, come verranno spesi.
Ineccepibile. Il problema è che però non esiste una versione ufficiale tedesca del concetto di unione fiscale. Quanto all’unione politica, l’idea di eleggere il prossimo Van