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Corsa a tre per Opel, Marchionne ottimista

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Sono tre, con Fiat, i gruppi che hanno presentato offerte per gli asset europei di General Motors, in particolare per Opel e Vauxhall. Si tratta, oltre al gruppo torinese, della società di componentistica canadese Magna (in cordata con la russa Gaz) e della società di investimenti basata a Bruxelles, Rhj International. Le tre lettere di intenti sono giunte nella serata di ieri dopo che inizialmente si erano diffuse voci relative a un prolungamento dei termini per la presentazione delle proposte. Dalle offerte per gli asset di Gm sono escluse le attività latino americane (cui Fiat non ha nascosto in passato di essere interessata) e quelle della svedese Saab.


 

Rispetto ai concorrenti il gruppo del Lingotto appare attualmente godere di un vantaggio relativo. Il quotidiano La Stampa cita le parole dell’amministratore delegato Sergio Marchionne, secondo cui Fiat avrebbe più del 50% di chance per aggiudicarsi la partita. Dichiarazioni che arrivano a breve distanza da quelle del ministro per le Attività produttive, Claudio Scajola, che ieri aveva parlato di buona accoglienza del piano Fiat in Germania. La creazione del secondo maggiore player mondiale del settore auto, considerando anche le attività di Chrysler, potrebbe quindi essere impresa alla portata del gruppo torinese. Occorre tuttavia prendere atto del colpo di freno del numero uno di Gm Europe, Carl Peter Foster. In un’intervista ad Auto, Motor und Sport il manager ha spiegato che la predisposizione degli accordi potrebbe impiegare parecchi mesi.


 


Sul fronte politico, oggi il Consiglio dei ministri si riunirà per la discussione del possibile futuro assetto del gruppo Fiat in Italia, mentre in Germania, considerata la situazione critica di General Motors, sembra coagularsi un maggiore consenso per la concessione a Opel di un prestito ponte da 1,5 miliardi di euro.


 


Dagli Stati Uniti, Fiat deve intanto incassare una nuova presa di posizione da parte dei creditori senior di Chrysler. Dopo che già lo aveva fatto un gruppo di hedge fund, anche alcuni fondi pensione hanno contestato le modalità della ristrutturazione e soprattutto quelle di conversione del debito, esprimendo un dissenso che potrebbe rischiare di prolungare i tempi per l’uscita dalla procedura di amministrazione controllata.