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Con lo sguardo rivolto agli Usa (Fondionline.it)

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Il FMI pronostica una crescita mondiale del 4,9%. Dalla domanda Usa dipende il 16,5% delle importazioni mondiali di merci e il 12,2% di quelle di servizi .Gli Stati Uniti condizioneranno buona parte dell’economia nel 2007: la caduta della produzione e i suoi deficit gemelli saranno un fattore determinante per lo sviluppo del commercio internazionale. Tuttavia, il raffreddamento dell’economia Usa, i saliscendi del prezzo del greggio, l’eccesso di protezionismo e il latente rischio inflazionista, non hanno impedito al FMI di fissare al 4,9% (al di sotto del 5,1% registrato nel 2006, ma in media con il trend dell’ultimo lustro) l’aspettativa di crescita per l’economia mondiale nel 2007. Il boom cinese dovrebbe essere accompagnato dal consolidamento di Russia, India, Brasile e Giappone (la seconda economia del pianeta).
Nell’ultima riunione dei governatori delle banche centrali dei dieci paesi più industrializzati del pianeta (G- 10), i responsabili della politica monetaria hanno pronosticato che la crescita mondiale dovrebbe rimanere stabile nel 2007 e che i rischi per l’economia globale continueranno ad essere limitati. I meno ottimisti -nel gruppo troviamo anche l’ONU- sostengono che il rallentamento Usa è un rischio reale. Il Nobel Stiglitz -altro illustre membro del gruppo dei pessimisti- ha affermato che l’economia a stelle e strisce dovrebbe chiudere il 2007 con una crescita non superiore al 2%.
Le cifre ufficiali segnalano che la costruzione di nuove case negli Usa ha registrato una contrazione del 9% in Novembre, e che il 2006 si è chiuso con un aumento del 14% del numero di abitazioni invendute. A questa caduta nei consumi immobiliari si somma la crescita del deficit fiscale (che nel 2006 ha totalizzato 247.700 milioni di dollari). L’altro grande problema è la continua crescita del deficit commerciale, che durante il terzo trimestre dell’anno scorso ha raggiunto i 225.000 milioni (equivalenti al 6,8% dell’intera economia) e che nel 2007 potrebbe superare il 7%. I problemi per il commercio mondiale potrebbero arrivare dalla restrizione della domanda Usa, dalla quale dipende il 16,5% delle importazioni di manufatti e il 12,2% di servizi. L’effetto potenziale sul resto del mondo -e in special modo in Asia, America Latina e buona parte dell’Europa- potrebbe essere significativo. L’effetto imputabile al deficit fiscale e commerciale potrebbe alimentare un deprezzamento del dollaro -che negli ultimi dodici mesi ha già perso il 10,2% del suo valore nel crosso con l’euro- ed innescare conseguenze negative per i paesi asiatici: Giappone, Cina e Corea del Nord in testa (visto che sono i maggiori acquirenti di obbligazioni emesse dal Tesoro statunitense). (segue).