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Con la Fed in modalità ‘colomba’ si rischia una bolla di liquidità

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Janet Yellen ieri è stata protagonista dei mercati, con la governatrice della Fed che ha fatto intendere come la Banca centrale americana non è intenzionata ad iniziare una politica monetaria restrittiva nei prossimi mesi. Di seguito pubblichiamo un commento sulla politica monetaria della Federal Reserve a cura di Keith Wade, Chief Economist and Strategist di Schroders.

Siamo rimasti sorpresi dalle ultime dichiarazioni del FOMC della Federal Reserve e dalla conferenza stampa post-meeting, poiché sembravano ignorare i segnali di una crescente pressione inflazionistica e di un eccesso di rischio assunto sui mercati finanziari. Non che ci aspettassimo un rialzo dei tassi o un’accelerazione del tapering, ma ritenevamo appropriato un cambio di tono, data la ripresa della crescita, la risalita dell’inflazione e il continuo restringimento degli spread creditizi. Il presidente Yellen ha respinto i timori sull’inflazione, definendoli “rumore”.

Uno dei motivi per cui la Fed mantiene un approccio disinvolto è che non vede un ulteriore calo della disoccupazione per il resto del 2014, aspettandosi una diminuzione al 6-6,1% entro fine 2014, rispetto al 6,3% di maggio. In passato, quando in assenza di segnali inflazionistici chiari la Fed ha mantenuto una politica troppo accomodante per troppo tempo, sono nati squilibri sui mercati finanziari. La bolla del comparto tecnologico del 1990, quella immobiliare e la crisi bancaria del 2000 ne sono prova.

Le probabilità che ciò si ripeta non sono irrilevanti. Naturalmente, il mandato della Fed è di controllare l’inflazione raggiungendo, al contempo, il livello massimo di occupazione, non di determinare le valutazioni sui mercati finanziari. Tuttavia, storicamente è stato l’accrescersi degli squilibri nei mercati a essere il primo segnale di allarme di una politica troppo accomodante.

Secondo noi, la disoccupazione continuerà a scendere, grazie a una sana crescita della produzione e a una costante diminuzione del tasso di partecipazione. Questo a sua volta metterà pressione sui salari e, dunque, sull’inflazione. Prevediamo quindi che il tasso di disoccupazione calerà dal 6,3% attuale al 5,9% entro la fine dell’anno e al 5,2% entro la fine del 2015.

Al momento è probabilmente troppo presto per preoccuparsi di una bolla: le banche sono più in forma e i mercati azionari non sono così sotto pressione come nei cicli precedenti. Tuttavia, i tassi di riferimento sono ancora molto bassi, a livelli decisi nei giorni più duri della crisi. Ora che il peggio è passato, tali tassi hanno bisogno di normalizzarsi. La Fed ha però detto chiaramente che i venti contrari all’economia possono legittimare il mantenimento del target sui tassi a livelli più bassi del normale nel lungo periodo, anche quando l’occupazione e l’inflazione sono vicine ai livelli coerenti con il mandato.

Nel 2014 non prevediamo nessuna manovra sui tassi e ci aspettiamo che il QE finisca a ottobre; riteniamo che il primo rialzo avverrà a giugno 2015. In seguito, ci aspettiamo una salita dei tassi all’1,5% entro la fine del 2015, con un incremento di 25 punti base in ognuno dei meeting successivi del FOMC. Un motivo per una cautela maggiore circa l’inasprimento della politica monetaria potrebbe essere il timore di una maggiore sensibilità dell’economia USA a un aumento dei tassi, derivante dall’esperienza del 2013, quando la Fed ha segnalato che stava valutando come uscire dal QE. 

Pur riconoscendo i rischi, crediamo che un ritardo della normalizzazione della politica monetaria della Fed potrebbe rendere l’uscita dal QE più difficile, poiché per gli investitori la posizione da “colomba” dell’Istituto centrale è un “semaforo verde” per assumere maggiori rischi.