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Commodity, ancora tre mesi di passione per il petrolio. Ma a fine anno il ritorno a quota 40-45 dollari

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Per gli hedge fund delle commodity l’oro nero sarà la grande sfida del 2016. Reduci da un anno di passione, con una discesa del 30% degli indici benchmark del petrolio, molti di loro hanno cessato l’attività a causa dell’estrema difficoltà di questo trading. E il 2016? Non si annuncia più tranquillo: “Sarà pieno di alti e bassi e con molta volatilità – spiega Harish Sundaresh, Senior Commodities Strategist di Alpha Strategies team di Loomis Sayles – Tuttavia, prevedo che entro la fine del 2016 il prezzo del greggio risalirà dall’attuale livello, intorno a 30 dollari, fino ai 40-45 dollari“.
Offerta ancora troppo generosa
La causa della volatilità dei prossimi mesi è rappresentata essenzialmente dall’offerta. Nel 2015 il problema è stato infatti l’assorbimento da parte del mercato del petrolio della decisione dell’OPEC di mantenere invariate le quote di produzione. Secondo Bloomberg, nel 2015 il cartello dei dodici membri ha aumentato unilateralmente la produzione di oltre 1,5 milioni di barili al giorno. L’Arabia Saudita e l’Iraq sono stati i principali responsabili, e ciò ha appesantito un mercato già caratterizzato dall’eccesso di offerta. Poiché la produzione dell’OPEC è rimasta invariata, anche le riserve globali di greggio hanno continuato a salire. Negli Stati Uniti, alla fine del 2015, secondo l’Agenzia Internazionale per l’Energia (AIE), le scorte hanno raggiunto un livello record di 486 milioni di barili nei silos. “L’infrastruttura dei silos di stoccaggio – aggiunge Sundaresh – è aumentata di circa 30 milioni di barili nel 2015. Di conseguenza, ritengo che il WTI verrà scambiato quasi alla pari con il Brent, a livelli più ravvicinati rispetto agli ultimi anni, poiché il bacino atlantico continuerà a registrare un eccesso di offerta“.
Luce in fondo al tunnel
Un altro, non tascurabile, problema sul fronte dell’offerta è il lentissimo declino della produzione statunitense nonostante gli impianti di produzione siano diminuiti di oltre il 60% in meno di sei mesi. “Il calo dell’offerta statunitense è stato molto più lento e ridotto di quanto non si ritenesse prima – commenta Sundaresh – Tuttavia sembra veramente di poter vedere la luce alla fine del tunnel, poiché l’offerta ha iniziato a registrare una significativa riduzione durante le ultime sei settimane. Prevedo che nel 2016 la produzione diminuirà di circa 500.000 barili al giorno su base annuale”.

Variabile Iran
L’ultimo fattore di volatilità è rappresentato dallo sdoganamento dell’Iran. Gli analisti di Loomis ritengono che la futura produzione iraniana sarà di 500.000 barili al giorno di nuovo petrolio nei primi sei mesi (dopo l’inizio delle esportazioni) e ulteriori 200.000-500.000 b/d nell’arco dei dodici mesi successivi. “A prescindere dalla quantità, il ritmo della crescita dell’Iran è un problema in un mercato già caratterizzato da eccesso di offerta, anche se gli attriti con l’Arabia Saudita potrebbero comportare un’offerta molto ridotta da parte della nazione sciita“, spiega Sundaresh.
Mercato in equilibrio nel 2017
Per il 2016, l’Agenzia Internazionale dell’Energia (AIE) prevede una crescita della domanda di idrocarburi di 1,2 milioni di barili la giorno, malgrado le stime del Pil globale 2016 indichino una crescita più lenta, al di sotto del 3%. “La crescita della domanda può deludere di fronte a un prolungato rallentamento dell’economia cinese o a un ulteriore rapido apprezzamento del dollaro, dopo il rialzo dei tassi della Fed, fattori che possono condurre a una significativa flessione della domanda simile a quella del 2014”, dice Sundaresh. L’AIE stima comunque che lo squilibrio attuale del mercato è di circa 1,5 milioni di barili al giorno. “Sommando i barili iraniani a questa equazione, e tenendo conto del calo della domanda globale e della riduzione dell’offerta globale nei Paesi non OPEC, ritengo che il mercato tornerà in equilibrio agli inizi del 2017 – afferma Sundaresh. Che aggiunge: “Continuo a pensare che la forte diminuzione dei prezzi del greggio nella seconda metà del 2015 sia stata accelerata dal brusco rally dei prezzi cui abbiamo assistito nella prima metà dell’anno, che ha impedito altresì una riduzione significativa della produzione Usa. Di conseguenza, credo che il futuro andamento del petrolio sia di una sostanziale permanenza attorno a questi livelli per ancora 2-3 mesi”. Secondo Sundaresh, infine, più a lungo i prezzi rimangono su questi livelli, maggiore potrebbe essere il rimbalzo. Tuttavia, più a lungo il petrolio greggio rimane sotto i 30 dollari, maggiore sarebbe il rischio di un disastro geopolitico.