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Commodities: l’oro brilla nella pupilla dell’investitore (fondionline.it)

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Contro ogni pronostico, lo scorso 12 maggio l’oncia del metallo giallo ha toccato la sua quotazione più elevata degli ultimi 26 anni (730 dollari). L’euforia ha coinvolto l’influente London Bullion Market (l’associazione che riunisce i principali produttori, raffinatori ed intermediari del mondo), i cui soci più veterani ricordavano a malapena questi valori. Subito dopo il raggiungimento del record, hanno iniziato a rincorrersi le voci che intendevano stabilire nuovi prezzi obiettivo da capogiro: 1.100 dollari.

Alcuni esperti di fama mondiale indicano che -nel breve termine- il rischio geo- politico presente in Medio Oriente potrebbe comportare un aumento extra del prezzo nel range 100-150 Usd. Quanto più si complica il panorama mondiale (instabilità politica, elevati prezzi del petrolio, rialzi del costo del denaro), tanto più crescono le chance di crescita dell’oro. Il suo ruolo storico di bene rifugio durante le fasi più complicate continuerà anche in futuro. Alle spinte derivanti dall’instabilità politico-economica si è aggiunta una nuova qualità: proporsi come antidoto contro le fiammate inflazionistiche. In tal senso, l’oro può costituire una buona difesa dai morsi dell’inflazione e dagli effetti imputabili alle fluttuazioni monetarie.

La sinergia tra queste variabili fa brillare l’oro, e attrae gli investitori di ogni parte del pianeta. Negli ultimi mesi, diverse banche centrali asiatiche hanno usato le proprie riserve di dollari per acquistare oro. Allo stesso tempo, si è manifestata una situazione che ha sorpreso molti osservatori: i paesi in via di sviluppo si stanno trasformando nei principali consumatori -soprattutto attraverso gioielli, monete e piccoli lingotti- di questo metallo. Circa tre quarti della domanda planetaria proviene dall’industria dei gioielli.

In particolare, l’India, la Cina e i paesi del Medio Oriente assorbono più del 50% della domanda relativa a questa tipologia di articoli. Il rialzo del prezzo del petrolio -nel caso arabo- e la crescente industrializzazione asiatica stanno creando un nutrito gruppo abitativo che utilizza l’oro come status symbol. Di conseguenza, i prezzi salgono.

Tuttavia, secondo la maggior parte degli esperti mondiali, il vero risveglio del metallo giallo si sta verificando come strumento di investimento. Secondo il World Gold Council, le vendite di monete d’oro negli Stati Uniti (American Gold eagle, Canadian Maple Leaf, Australian Nugget e il più noto Krugerrand sudafricano) e di piccoli lingotti (la dimensione standard è di 1.417 grammi) è aumentata del 41% nel primo trimestre dell’anno. I risparmiatori stanno dimostrando un grande interesse. E gli esperti corroborano questo trend.

Nell’arco di poche settimane il prezzo del metallo giallo è passato dai 578 ai 730 dollari l’oncia. Al record storico delle quotazioni si accompagna una volatilità che -a detta degli esperti- è molto influenzata dall’andamento dei tassi di interesse statunitensi e dai rischi inflazionisti che corre l’economia Usa. E’ chiaro che l’oro -alla pari di altri metalli: zinco, alluminio, rame, platino, argento- sta vivendo un’epoca dorata. E gli effetti si fanno sentire anche sul fronte degli assetti societari. Qualche tempo fa, la compagnia mineraria GoldCorp ha acquistato la società Gladis Gold, dando vita ad una delle compagnie aurifere più grandi del mondo. Si è trattato di un’operazione che ha mosso 6.700 milioni di dollari e che ha dato uno scossone al ranking mondiale delle corporate del settore. Attualmente, ai primi posti della classifica si trovano Barrik, Newmont Minig Corp e la nuova Goldcorp.

Se si mantiene l’attuale paesaggio nel medio termine (un dollaro debole, un prezzo del petrolio in crescita, le incertezze geopolitiche, l’aumento della domanda proveniente dai paesi emergenti, i rischi inflazionisti), è probabile che la corsa dell’oro continui. E dietro i rialzi è probabile che si verificheranno altre operazioni corporative. Tuttavia, nel breve termine le quotazioni potrebbero subire l’influsso dei cambiamenti intervenuti sul fronte produttivo. Si stima che le riserve mondiali si posizionino nella forchetta 50.000-70.000 tonnellate. La quantità annua estratta si posiziona tra le 2.500 e le 3.500 tonnellate, una dato che si traduce in una disponibilità per i prossimi 15-20 anni. Il Sudafrica, primo produttore mondiale di oro dopo la crisi russa legata alla caduta dell’Unione Sovietica, ha ridotto la produzione del 10,9% nel primo trimestre e del 6,4% nel secondo trimestre. A cura di www.fondionline.it